Le vite dolenti di due giovani segnati fin dall’infanzia da traumi gravissimi sono raccontate nel libro di Paolo Giordano, laureato in fisica e dottorando all’università di Torino, con linguaggio solenne che però non cade mai nella commiserazione dei suoi protagonisti
I numeri primi sono numeri speciali: divisibili solo per se stessi e per uno. Fra questi ci sono numeri ancora più speciali, i cosiddetti “primi gemelli”, numeri primi separati tra loro da un unico altro numero.
Sulla base di questa metafora, Paolo Giordano traccia i profili esistenziali di due vite segnate fin dall’infanzia da un destino avverso, quella di Alice e Mattia. Due protagonisti speciali, che viaggiano parallelamente lungo la stessa linea, ma destinati a non incontrarsi mai. Due personalità “border line”, si potrebbe quasi azzardare a dire, dato che i due sono incapaci di comunicare con il mondo che li circonda al punto da riversare questa inadeguatezza sul loro corpo: negandosi il cibo lei, procurandosi profondi tagli alle mani lui.
L’opera di esordio letterario del fisico ventiseienne Paolo Giordano è un romanzo di formazione che descrive con lucidità le parabole di due vite fragili che si intrecciano pur rimanendo distinte tra loro. Parte dall’infanzia, passando per l’adolescenza fino all’età adulta dei protagonisti, momento in cui la consapevolezza di essere diversi dagli altri porterà le barriere che li separano dal mondo al punto tale da arrendersi all’isolamento a cui loro stessi si costringono. Il tono del romanzo cresce di pari passo con la descrizione delle vite di Alice e Mattia, anche la sintassi e la complessità della frase si evolvono a mano a mano che i due ragazzi crescono. Nell’opera rientrano i traumi, le cicatrici e l’incapacità di vivere anche a fronte dei successi personali, insomma tutta l’umanità scartata dagli altri scrittori.
“La solitudine dei numeri primi” ha guadagnato il Premio Strega 2008, riscuotendo successo tra il pubblico e il consenso della critica, per queste caratteristiche che non possono non lasciare un segno a chi legge l’opera.
Elisa Barion