Il dèco in ogni sua forma espressiva, dall’oggettistica di arredamento, ai vestiti geometrici di alta moda, alle acconciature delle signore, tutto questo in un solo ventennio di rivoluzione globale
Rovigo - Mutuata dal francese, l'espressione “arts décoratifs” finì anche nel vocabolario italiano per indicare uno stile affacciatosi negli anni '20 e che coinvolse settori, all'epoca poco artistici, come ad esempio l'arredamento o, più in generale, il design. Se pensiamo all'art déco, racconta il critico Vittorio Sgarbi presente alla vernice della mostra inaugurata il 31 gennaio a Palazzo Roverella di Rovigo, ci vengono in mente lampadari, sedie, vasi, tendaggi ed arazzi, vetri e ceramiche. Oggetti decorati secondo motivi floreali dalla simmetria stilizzata, da secche linee circolari che vengono spezzate e rese quindi spigolose. Déco fu il nome dato a questo movimento estetico, come riconoscimento postumo, dalla successiva avanguardia astrattista rappresentata dal cubismo e dal futurismo.
Ma partiamo dall'inizio. Era il 1925 quando a Parigi ci fu la grandiosa Exposition Internationale des Arts décoratifs et Industriels Modernees. Nonostante il primato francese, l'Italia ebbe nel movimento dell'Art Déco una sua produzione importante ed originale, tanto che fu proprio l'Italia a contribuire massimamente nell'affermazione di questo gusto.
E il pregio della mostra di Palazzo Roverella, sottolinea infatti Vittorio Sgarbi, è proprio quello di rendere noto al pubblico un periodo artistico italiano molto spesso sconosciuto e trascurato. Privilegiandone, tra l'altro, non tanto la produzione decorativa nell'oggettistica, ma l'espressione pittorica e, straordinariamente, anche quella scultorea. Gio Ponti a parte - palazzo Roverella ospita alcune sue ceramiche realizzate per la Richard Ginori mentre Villa Badoer a Fratta Polesine dedica una sezione monografica al grande architetto e designer – per Vittorio Sgarbi infatti, l'indiscusso protagonista artistico del movimento déco è lo scultore Libero Andreotti.
Il Déco è un momento di passaggio storico che riguarda il ventennio fascista. La parola chiave dell'epoca è modernità. Una modernità in bilico tra passato e futuro celebrando la memoria dei fasti imperiali e gli aerei, i transatlantici, le auto e quell'industria che crea l'etichetta di una nuova moda. Proprio sulle pagine della Gazette du Bon Ton appare per la prima volta una silhoutte femminile geometrica, quasi cubista, firmata da Coco Chanel e da Madeleine Vionnet.
Insomma, la donna moderna indossa la divisa. O meglio, la tuta. Pratica, costruita dallo stilista Thayath che ideologizza sulla T -la forma del corpo umano con le braccia spalancate- di materiale resistente e facile da lavare, adatta al viaggio, senza bottoni, la tuta è un capo che riduce al minimo le cuciture: pioniera del mondo dell'igiene e della nuova arte (nello stesso anno la pubblicazione del Manifesto della Moda Femminile Futurista).
Come cambia quindi la moda? In quegli anni si fanno largo i vestiti geometrici confezionati con tessuti di produzione industriale. I costosi gioielli elaborati come pezzi unici lasciano il posto alla bigiotteria realizzata in serie. I capelli si portano à la garçon. La donna si affaccia alla modernità diventando protagonista della nuova società, fa ancora i figli per la Patria ma ora è in grado di gestire anche le imprese famigliari.
La Belle Epoque è stata sotterrata nel 1914 dai cannoni della prima guerra mondiale ed ora l'Italia si avvia verso l'era fascista, tra le opere esposte, infatti, v'è anche il busto di Mussolini dipinto da Alberto Martini.
La mostra si articola in 11 sezioni che documentano come in Italia la stagione artistica del decorativismo, che deriva dall'esperienza liberty di Galileo Chini, Umberto Brunelleschi, Duilio Cambellotti, passi ad utilizzare le idee del futurismo, come vediamo nelle opere di Giacomo Balla e Fortunato Depero.
Da non perdere le sezioni: Inflessioni decorative – ricordiamo Galileo Chini, Giulio Aristide Sartorio, Alberto Martini, Elisabeth Chaplin-; Verso nuove sintesi; orizzonti esotici; da Venezia a Bisanzio- col lussureggiante universo esotico di Vittorio Zecchin -dove enigmatiche creature femminili incedono tra boschi favolosi- con i suoi drappi sfarzosi, gli arazzi ed i ricami.
Barbara Codogno