ART DECO Vittorio Sgarbi descrive in un monologo la mostra di Palazzo Roverella a Rovigo

L'arte decorativa portata in teatro da Sgarbi

Caaf Cigl mordest 730x90



Vittorio Sgarbi incanta il Teatro Sociale di Rovigo raccontando e descrivendo l'Art Déco. Due ore di spettacolo, arte e cultura



Rovigo - Torna a Rovigo, nel cuore della città, Vittorio Sgarbi, per parlare ancora di Déco. Dopo la sua partecipazione alla conferenza stampa ad inaugurazione della mostra apertasi il 31 Gennaio a Palazzo Roverella, il critico sale, sabato sera, sul palco del Teatro Sociale: nessuna spalla per condurre la serata, nessuna introduzione per presentare l’evento, solo una serie di immagini scelte tra le opere della mostra per dare forma a quel discorso ricco, intenso, articolato che ha intrattenuto il vasto pubblico per ben due ore di fila.
Parole e arte. Una scelta espositiva precisa e insieme un richiamo evidente alla sua stessa attività di critico: Sgarbi racconta il Déco attraverso le parole scelte da Alessia Vedova, autrice del capitolo “Voci del Déco” contenuto nel catalogo della mostra. Lo stesso termine Déco è una delle parole magiche del movimento: “abbreviazione di art decoratif, Déco è probabilmente una delle sigle meglio riuscite nella storia dell’arte”.
Déco ha ormai 90 anni, “la misura di mio padre, qui in sala con noi”. Proprio nel padre, così come in tutti gli uomini nati in periodo Déco, Sgarbi rivede la forma dell’epoca, rintraccia il ricordo delle prime “automobili per tutti”, delle tabacchiere in stile, degli oggetti che abbandonavano il liberty e si avvicinavano ad uno stile intimamente connesso ad esso e influenzato insieme dal futurismo, quel movimento che solo postumo sarebbe stato etichettato sotto il fortunato titolo di Déco. Si parla insomma di un esperienza artistica legata alla dimensione domestica di ciascuno, che ritrova proprio nell’oggetto, addirittura più che nelle arti classiche, l’elemento principale di ricerca: “Déco quindi come produzione di bellezza nella quotidianità”.
E’ il futurismo, coi suoi “pittori scapigliati e bohemiens”, coi suoi colori iridescenti e le sue forme in movimento, ad aprire “una dimensione estetica ancora incomprensibile”, un’attenzione alla bellezza sentita come esigenza di fronte all’esaltazione della pura funzione propria del contemporaneo movimento razionalista.
Parole e arte tornano nel discorso di Sgarbi col Manifesto futurista di Marinetti, di cui proprio quest’anno si celebra il centenario: l’automobile di Marinetti, ancora maschile prima dell’inversione di genere voluta da D’Annunzio, altro artista sospeso tra parole e arte, torna nel glossario della Vedova, tra i termini chiave del Déco. E ancora aeronautica e arte meccanica nell’esaltazione di una forza che è funzione e bellezza insieme, che è gloria e ordine, che è, chiaramente, fascismo. “L’art Déco è la parte buona, alata, artistica del fascismo” afferma Sgarbi, che non dimentica il riferimento al ritratto di Mussolini di Alberto Martini, esposto anch’esso al Roverella.
Proseguendo nell’ordine si legge dinamismo, grido di battaglia questo tutto del futurismo: è Giacomo Balla il pittore dinamico per eccellenza, amante dell’automobile come icona stessa del movimento, ma ricercatore insieme del dinamismo nel soggetto, come nel caso della Bionbruna, immancabile al Roverella. La Vedova cita poi l’esotismo,”che si concretizza nella produzione ceramica faentina di Domenico Baccarini, nell’opera di Francesco Nanni, nell’esperienza a Bangkok di Galileo Chini”. Si continua con garçon, richiamo a quei tagli di capelli corti e mascolini che portavano le modelle di Cocò Chanel, simbolo di un ruolo nuovo per la donna nella società degli anni ‘20.
La parola poi lascia posto definitivamente all’arte: Sgarbi lascia parlare le immagini che scorrono sul fondale del teatro, i commenti sono concisi, “le opere parlano da sole”. Compare il Ritratto di Wally Toscanini di Alberto Martini, donna icona della mostra, quindi la moglie di Ferruccio Ferrazzi, la cui immagine è ritratta moltiplicata negli specchi, il Ritratto di Signora di Marcello Dudovich, quasi réclame di moda. La donna è protagonista indiscussa, sola nei ritratti o immersa in altri casi in ambienti che diventano partner della stessa. Esempio la donna-sirena di Giuseppe Armisani, ancora divisionista, o la Salomè di Vittorio Zecchin, o ancora il ritratto del nostro Mario Cavaglieri.

Arianna Piva

15 marzo 2009

Correlati:

mostra divisionismo 730x90