Dall'ultima tragedia di Euripide, "Le Baccanti", risalente al 407 a.C., scaturisce una riflessione strettamente legata ai fatti di cronaca più recenti che hanno per protagonista la sofferenza delle madri e delle donne, condizione insolita poiché la donna in genere è sempre confinata in un luogo privo di pulsioni o di aggressività
Padova - Sul palco del teatro Verdi a Padova si può assistere fino al 29 novembre alla meravigliosa messa in scena della tragedia “Le Baccanti” di Euripide diretta da Giuseppe Emiliani. Essa è considerata l'ultima grande tragedia del teatro greco. Fu scritta da Euripide prima della sua morte, nel 407 a.c., quando Atene stava ormai vivendo il suo tramonto politico. La scena è a Tebe, dove Dioniso è giunto per rivendicare il suo statuto divino. Egli è figlio di Zeus e Semele, donna mortale sedotta da Zeus e poi uccisa con un inganno concepito dalla gelosa Era, sua legittima moglie. Penteo, tiranno di Tebe, nega la divinità di Dioniso e si oppone ai festeggiamenti con i quali la città intende onorarlo, giungendo ad infangare il nome di Semele con illazioni insopportabili. Dioniso, che nella messa in scena del regista Emiliani è personificato da una donna, l'attrice Laura Marinoni, giunge quindi in città per vendicare le offese ricevute e riaffermarsi come legittimo figlio di Zeus. La città reagisce scompostamente. Avviene una grave frattura: le donne, istigate dal dio, lasciano le loro case e i loro costumi sociali - dimessi e asserviti all'autorità maschile - per rifugiarsi nei monti e là vivere secondo natura. Anche Agave, madre del tiranno di Tebe Penteo, lascia la reggia e si unisce alle Baccanti che venerano il dio Dioniso. Penteo non accetta questa insubordinazione, e fa incarcerare le donne e lo stesso Dioniso. Ma un violento terremoto, provato dal dio stesso, libera Dioniso e manda in frantumi la reggia di Tebe. Anche le donne sono ormai liberate: contro di loro ormai non possono nulla né le armi né la voce della tirannia. Penteo è adirato contro questo dio effeminato dai lunghi riccioli biondi e la pelle morbida, più bello e più potente di lui perché gode dell'adorazione delle donne e quindi, paradossalmente, anche più virile.
Allo stesso tempo, quindi, Penteo ne è abbagliato.
Dioniso gli istilla strani desideri che vanno contro i suoi principi di virilità: Penteo infatti si veste da donna e va sui monti per spiare le Baccanti. Ma quando giunge nei luoghi selvaggi abitati dalle donne è Agave, sua madre a sbranarlo e a decapitarlo, scambiandolo per un leone di montagna. Agave torna poi a Tebe portando la testa del figlio come trofeo, credendola la testa mozzata di una fiera. Lontana dai monti, tornata nella città degli uomini, per opera del padre riconosce di aver assassinato il figlio e, dilaniata dal dolore, va in esilio.
Di fronte agli assassini compiuti dalle donne la cronaca ha sempre una maggiore “attenzione”. La donna per statuto, in quanto madre, è sempre confinata in un luogo privo di pulsioni o di aggressività. Di un ultimo, tragico caso si è parlato per una settimana intera. E ancora lo si fa. Eppure, so che il paragone è difficile, per una strage - nonostante il sangue faccia sempre audience - avvenuta in Iraq o in Palestina dove molti bambini ogni giorno muoiono a causa di bombe, granate, stupri o genocidi, l'effetto mediatico, paradossalmente, non è lo stesso. Non è lo stesso neppure quando è un padre, il maschio, ad imbracciare il fucile o il coltello e ad uccidere moglie e figli. Di fronte all'uccisione del proprio figlio per mano materna tutto si ferma, viene conclamata la crisi; siamo di fronte ad uno dei più grandi tabù: abbiamo violato la somma delle regole. Quella che sancisce la donna non tanto come individuo, ma come madre. E non in senso biologico - sono molte le specie animali in cui le madri si sbarazzano dei figli per i più semplici motivi - ma in senso morale. Madre, che indica piena adesione ad uno statuto politico e sociale sancito da un linguaggio maschile.
Guardando Le Baccanti ho avvertito netta e forte la sensazione di essere di fronte ad una tragedia femminista. Non solo perché Dioniso era interpretato da una donna, e quindi appariva come il dio delle donne, ma perché le donne si rivoltavano ad un ordine costituito. Abbandonando la città, i loro mariti, le istituzioni, abbandonavano un linguaggio di potere, scappavano nei monti, si riappropriavano della loro natura.
Agave uccide suo figlio. Perché non lo riconosce: non è più figlio suo. E' figlio di quella società, è figlio di quel linguaggio, è figlio del potere che la schiavizza, che la vuole donna e madre in un certo modo, che la costringe a castrare la sua natura, che la obbliga a sedare erotismo e aggressività.
Agave non vede suo figlio, vede un leone di montagna, una fiera che lei uccide con le sue stesse mani.
Una madre che arriva ad uccidere il proprio figlio è una madre che soffre spaventosamente. Una madre imprigionata in una vita claustrofobica di compiti ingrati, di sacrifici dolorosi.
Ma cosa va cercando una donna? Non lo sa che quando diventa madre è proprio quello il suo compito, il suo destino, fino alla fine dei suoi giorni?
No, non lo sa.
Quando lo capisce, davvero, se è forte si impadronisce della sua vita e si sottrae dal giogo, se non è forte non sa quello che fa, si ribella scompostamente. Urla. Impazzisce.
Quanta sofferenza, quanto dolore, immenso, quanta pena per quella povera madre.
La violenza non è tanto nell'atto estremo - che ipocritamente e per una adesione morale ad una logica di potere si demanda alla follia o al raptus momentaneo - la violenza è la violenza strutturale che le donne patiscono, sempre.
E alla quale non riescono a ribellarsi se non facendo del male, prima di tutto a se stesse.
Barbara Codogno