GRANDI MOSTRE IN ITALIA I titani della pittura veneta a palazzo Roverella di Rovigo
Il senso del primo ‘700 negli occhi di Bortoloni

Sveglio, attento, profondo. Ironico, curioso. Irriverente. E’ lo sguardo del Giovane Matematico, distolto per un momento dal suo interesse, quasi interrogato all’improvviso, interpellato stavolta dai rodigini. E’ dietro un volto enigmatico, stonato rispetto ai canoni accademici, che si nasconde la personalità inafferrabile di quel Mattia Bortoloni, pittore e frescante veneto del ‘700, che Alessia Vedova cerca di catturare attraverso la sua bella esposizione di palazzo Roverella
La sua epoca non gli conferisce la fama dovuta: Bortoloni si forma all’ombra di un già affermato Balestra e, sebbene la sua mano di frescante gli permetta di guadagnare, già giovanissimo, incarichi di prestigio, presto il suo talento è offuscato dal calibro di artisti che si fanno protagonisti acclamati del ‘700, da Piazzetta a Ricci a Tiepolo. Ritornano gli stessi nomi nella mostra della Vedova, non per smorzare, ancora una volta, le doti del nostro Bortoloni, ma al contrario per dichiarare, senza remore o titubanze, quanto l’artista di Canda meriti quanto i coetanei pittori del ‘700 la sua porzione di gloria. Non solo. E’ attraverso le tele dei maestri, degli allievi, dei collaboratori del Bortoloni, le personalità artistiche con cui il frescante condivise rimembranze di un ‘600 appena concluso e nuove scoperte di un secolo alle porte, che lo sguardo di quel Giovane matematico acquista un senso, sembra rivelarsi finalmente.
Il Roverella percorre così, passo a passo, il percorso di un artista sfuggente che, nel suo oblio o nella sua fama, sembra racchiudere tutto il senso di un momento artistico di passaggio. Il punto di partenza si rivela nella sala I celebri pennelli tra XVII e XVIII secolo. E’ un arte che conserva ancora tutto il sapore del ‘600: lo raccontano le forme piene del Bellucci, il chiaroscuro dello Zanchi, la bellezza impalpabile dei corpi eterei del Lazzarini, sospesi senza tempo nel suo Giudizio di Paride. Da qui il Balestra: artista di formazione classica, cresciuto nell’ambiente dell’Accademia Romana, il maestro di Bortoloni ripropone i canoni consolidati di una bellezza fatta di soggetti mitologici, di architetture di capitelli e trabeazioni.
Bortoloni si forma sotto l’ala del Balestra, ma come Tiepolo, coaetaneo, impara a muovere dall’esperienza classica alla ricerca di un gusto nuovo: per entrambi, nelle opere giovanili, l’innovazione si concretizza nel colore. Ecco allora emergere la lezione del Ricci, “precursore del più spigliato ‘700 veneto”, a cui la Vedova dedica un’intera sala: rotta la tradizione del tetro chiaroscuro veneziano, Sebastiano Ricci dà luce alla sua tavolozza nella sensuale Lucrezia Romana. Bortoloni mescola il colore del Ricci a quelle del Piazzetta, cogliendo di quest’ultimo, oltre alla pennellata, anche lo spirito. Come il rosa aranciato, il turchese che si tinge di tramonto ne L’ Estasi di San Francesco di Piazzetta ritornano in Bortoloni ne L’allegoria del merito, vivacizzati da toni squillanti, anche la stessa rappresentazione anticonvenzionale del soggetto, lezione del Piazzetta, si ritrova nell’opera del Bortoloni, specie nell’inusuale rappresentazione del protagonista ne L’elemosina di San Tommaso da Villanova. E’ proprio questa una delle opere più celebri dell’artista, testimonianza di una maturità stilistica ormai raggiunta, di un’indipendenza artistica che trova nella nota di irriverenza la sua più sottile giustificazione. Alla fine della mostra il Giovane matematico ancora ci guarda. Forse soddisfatto.
Arianna Piva
30 gennaio 2010
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