I malati di cancro sono spesso oggetto di mobbing da parte dei datori di lavoro e dei colleghi. Esiste però una legge che li tutela che purtroppo non viene applicata spesso
In questi giorni si è celebrata la Giornata nazionale del malato oncologico: ma perché si ritiene indispensabile discutere della condizione dei malati oncologici in Italia? Innanzitutto per l’incidenza di questa specifica categoria di pazienti: ogni anno, infatti, si registrano oltre 250.000 nuovi casi, e in Italia sono previsti nel 2010 oltre 2 milioni di casi di tumori. Un’incidenza che si riscontra soprattutto al Nord con una percentuale del 48%, cui segue il Centro e il Sud e le isole (rispettivamente con una percentuale del 26% e del 16%). Oltre a studiare piani programmatici per la cura e l’assistenza di questi malati appare fondamentale, allo stato attuale, una tutela degli stessi anche a livello socio-lavorativo.
Da una ricerca condotta dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori è emerso che un considerevole numero di malati oncologici subisce il mobbing dei colleghi e dei capi. Le assenze dal lavoro e il successivo rientro, spesso accompagnate dall’impossibilità di svolgere mansioni faticose, aumentano il rischio di un possibile demansionamento o cambio di lavoro (con riduzione del livello retributivo), frequentemente accompagnato - appunto - da un atteggiamento pregiudiziale e dannoso da parte dei colleghi e dello stesso datore di lavoro.
Eppure è stato riconosciuto che, sia per il malato che per chi ha sconfitto la malattia, condurre una vita attiva ed autonoma anche da un punto di vista lavorativo è fondamentale per la ripresa psico-fisica. Sul punto è dunque indispensabile ricordare l’esistenza di una legge relativamente recente (anche se poco conosciuta e applicata) che estende la disciplina del part-time ai malati oncologici.
Il d. lgs. n. 61 del 2000 stabilisce per i malati di cancro il diritto alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale e viceversa garantendo, a quanti desiderano continuare a lavorare anche durante il trattamento terapeutico, la conservazione di un valido inserimento sociale e lavorativo mediante la riduzione dell’orario di lavoro, fin quando lo riterranno necessario per le loro condizioni di salute ed esigenze di cura. Ai familiari dei malati, in particolare, spetta una preferenza nella conversione a part-time, compatibilmente con le posizioni disponibili.
Angela Trombini
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