Cinque punti di separazione dalla finale scudetto; è quanto di più vicino al titolo dal 1992 ad oggi. Un risultato giunto al termine di tre annate in crescendo, che deve fungere da patrimonio per il futuro del movimento ovale cittadino nonostante il ridimensionamento del campionato
Rovigo - Pablo Calanchini di sabato mattina rulla il campo 1: “Ispezionare e preparare il terreno può essere un’arma in più per noi”. Dal canto suo Umberto Casellato, all’imbrunire della stessa giornata, mentre una lieve brezza scuote i tigli di Viale della Costituzione, non vuole abbandonare lo stadio e passeggia nell’area dei 22, vicino agli spogliatoi.
C’è chi, dietro il bancone del proprio bar, già da lunedì ha una foto dello spauracchio viadanese Quinnell, per ‘caricarsi’ in vista del match. E ancora chi, pur avendo un impiego pubblico fatto di relazioni con l’esterno e riunioni di settore, non diluisce lo smalto rossoblu dalle unghie.
C’è soprattutto un 22enne trevigiano che, dopo due anni a Rovigo, entra in campo per il riscaldamento nel boato della tribuna “Quaglio”. Non sorprende che i supporters individuino nel pilone di Montebelluna Andrea De Marchi un simbolo del Rovigo bi-semifinalista.
E’ infatti squadra, quella di Brunello e Casellato, follemente negazionista del principio ovale chiave; quello che sentenzia rigidamente come una squadra poggi sulle fasi statiche. Invece gli attacchi al largo dei 114 kg di De Marchi, quelli sull’asse dei 125 kg di Ravalle ed i ricicli degli ex-azzurri U20 - menzionati in cronaca per la meta di Pizarro - rappresentano il più concreto sberleffo al dogma del pack recitato da Treviso e Viadana, entrambe battute in questa stagione.
C’è qualcosa, che conduce in processione a Viale Alfieri molta storia del rugby italiano extra-rodigino. Tra i tanti: Bonetti, Bona e più di mezzo Petrarca, tra ’80 ed attuale. Qualcosa che riporta 5000 tifosi al “Battaglini”, per sostenere una squadra irriconoscibile rispetto alla propria identità, presuntuosa in chi la guidava, senza gioco e senz’anima da agosto ‘09 a marzo ‘10.
Risiede qualcosa nel furore che trasforma Travagli, sino a quel momento giocatore-cartolina, in trascinatore per 80’ ed eroe nel recupero, quando sacrifica un ginocchio per assicurare la vittoria ai suoi. Succede nel giorno in cui Rovigo spezza l’emblematico record di Treviso: circa 500 gare senza subire 4 mete (i rossoblu ne segnano 5).
C’è qualcosa nel bagno di umiltà tecnico di Casellato, tra semifinale di Coppa Italia e gara di Super10 contro Roma; nelle redini finalmente condivise con la spina dorsale della squadra - ovvero lo zoccolo duro preesistente - e nella metamorfosi di Van der Merwe e Pratichetti, da elementi avulsi a terminali offensivi letali (11 mete nelle ultime 10 gare).
Si dica sposalizio, adesione, recupero; è riferito a valori familiari assenti - perciò tante critiche anche su queste pagine - che nell’humus fertile dei terreni polesani hanno potuto poi invece seminare vegetali impensabili. Persino trasformare la FemiCz in squadra iperoffensiva e plurisegnatrice: ben 24 mete negli ultimi 10 match.
L’impresa del Rovigo sta qui, con 11 mila presenze - tra Derby d’Italia e semifinali - a provare l’attualità dei propri recuperati valori, anche nell’anno precedente al baratro. E’ il più bel telegramma ad una FIR sempre più sorda ed analfabetizzata, in quella stagione che frettolosamente molti avevano considerato contraddistinta da giocatori di interesse in vacanza tecnica. Quasi un corridoio pro-forma, senza picchi né strapiombi di risultati, verso la vetta Celtic League. E mentre funge da eccezione un Bocchino desideroso di andarsene dal capoluogo già pochi giorni dopo il proprio arrivo, le trasformazioni tecnico-caratteriali dei ‘listati’ Travagli, Ravalle e Pratichetti rivelano come inconsistenti le illazioni, minacce ed insulti anonimi nei nostri confronti per gran parte di stagione. Senza menzionare le pagelle (da che pulpito…) redatte nei confronti della stampa locale da un autore bresciano colluso con i vertici societari.
Da un lato il messaggio polesano, prodotto sui campi e costruito sulle tribune dello stivale, bussa implicitamente forte ad un’Italia ovale fatta di contenuti tecnici sempre più poveri e spalti verso un inarrestabile deflusso. Dall’altro, per chi tiene le redini del destriero bersagliere, appare dunque d’obbligo battere un colpo, ora più che mai. Affinchè Rovigo, esclusa dallo sbarco europeo, rimanga un punto di riferimento per il movimento, evitando presunzioni tecniche di smantellamento e prediligendo invece un rafforzamento che coinvolga il vivaio. Lo lascia intuire l’outing orchestrato pochi giorni fa da Costato, Bullo e Zambelli con tanto di messaggio: “Oggi sul piano concreto la società non esiste”. Restano da capire modalità e prospettive di una triade in passato vicina alle sorti locali, ma con topiche grosse come la gestione del dopo-Bego (‘00/’01) e l’elisione del progetto-Zanato, con lettere di conferma/taglio in spogliatoio dopo la vittoria su L’Aquila verso i playoff (‘03/’04).
Alberto Gambato
Doping: Sam Cox positivo alla metilesanamina
Il Coni ha reso nota la positività alla Metilesanamina (uno stimolante) del giocatore dell'MPS Viadana Sam Barnaby Cox nella gara di regular season MPS Viadana-Banca Monte Parma. Il trequarti centro era in campo - ed è stato ammonito - al "Battaglini" domenica nella seconda semifinale.
Brutte notizie quindi per il Montepaschi che sabato giocherà la finale-scudetto a Padova contro il Benetton Treviso. Il test era stato effettuato il 24 aprile e Cox rischia di dover saltare la sfida per il tricolore perchè, in attesa delle controanalisi, l'ufficio della Procura antidoping chiederà la sospensione immediata del giocatore.
Come recita il comunicato diramato dai vertici del sodalizio mantovano "la scelta da parte di Cox di assumere il farmaco vietato dalla lista delle sostanze dopanti del Coni è stata autonoma e dettata dal desiderio del giocatore di perdere peso e tutto ciò in perfetta buona fede, senza alcun intento di migliorare le proprie prestazioni fisiche in modo illecito".
Stupisce comunque il marchiano errore di non presentare la prescrizione per il farmaco - da parte dell'atleta - al proprio staff medico.
Vi è da dire che questo non è il primo caso di doping che coinvolge la società viadanese. Nei controlli seguiti alla finale scudetto 2007, perduta dall'allora Arix Viadana contro il Benetton Treviso, Samuele Pace risultò positivo ad un corticosteroide (il Betametasone).
L'atleta fu poi difeso dall'Associazione Italiana Rugbysti e venne assolto perchè "il fatto non costituiva violazione della normativa antidoping”.
La sostanza di cui aveva fatto uso Samuele Pace viene infatti iniettata a scopo terapeutico intrarticolare ed intralegamentosa ed è consentito in base al decreto n. 217 del Ministero della Salute del 15/10/02 intitolato “Applicazione della lista dei farmaci il cui impiego è considerato doping, in base alla legge n. 376 del 14/12/2000”.
A sua volta il sodalizio mantovano fu coinvolto in casi di doping per la prima volta nel 1999, quando il flanker Pier Paolo Spina (Viadana) risultò positivo alle controanalisi per metaboliti di Thc.