SICUREZZA ROVIGO Carcere sovraffollato e condizioni sanitarie precarie per i detenuti

Forte disagio in cella aspettando il nuovo penitenziario

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La denuncia del garante Livio Ferrari sulla vita in carcere. Oltre 130 detenuti in una struttura capace di ospitarne solo 60. Continua la costruzione del nuovo penitenziario di Rovigo, ma si attende il secondo stralcio lavori da 20 milioni di euro


Rovigo - Anche il carcere di Rovigo, come molti altri in Italia sta attraversando un momento difficile, dovuto da una parte ai tagli subiti da parte del Ministero della Giustizia, dall’altra al sovraffollamento. A parlarne è Livio Ferrari (foto a lato), fondatore e direttore dal 1988 dell’associazione di volontariato Centro francescano di ascolto e da ottobre 2008 garante dei diritti dei detenuti.

Il penitenziario di via Verdi si compone di due sezioni, quella maschile, con una capienza di 35 posti, tollerabile fino a 42 e quella femminile, che prevede 25 presenze. La media per gli uomini invece si attesta in media tra le 80 e le 100 persone, oltre il doppio quindi, “ma abbiamo toccato picchi anche di 110 durante l’inverno” spiega Ferrari, mentre sono circa 30 le presenze femminili effettive, nessuna con figli al di sotto dei tre anni.
Alta la presenza di extracomunitari tra i detenuti: il 60% degli uomini e il 75% delle donne, molti dei quali non hanno commesso alcun reato. Si tratta di clandestini, arrestati perché privi di regolare permesso di soggiorno, mentre un altro 30% è tossicodipendente (arrestato con l’accusa di furto o spaccio).

Il problema del sovraffollamento, quindi, è reale e difficile da gestire, causato in particolare dal transito per tre giorni delle persone in stato di fermo e rinchiuse nella cosiddetta “sezione degli isolati”, in attesa che il giudice convalidi o revochi l’arresto (una funzione che fino a poco tempo svolgevano le celle nel comando dei carabinieri o in Questura). Il via vai è pressoché continuo, tant’è che per ricavare spazio si è fatto ricorso a soluzioni di “emergenza”, come aggiungere letti a castello a quelli presenti, anche fino a tre. “Qualcuno è caduto, fratturandosi qualche osso - aggiunge Ferrari -. Addirittura quando avevamo 110 uomini, sono stati messi a dormire sui materassi per terra, una condizione di degrado tremenda”.

Oltre alle persone in stato di fermo, il 50% dei detenuti a Rovigo è in attesa di giudizio, o, se condannate, in attesa del giudizio d’appello o della Corte di Cassazione. Tutti gli altri, hanno condanne al di sotto dei 4 anni di pena. “Non ci sono esponenti della criminalità organizzata - spiega il garante - perché non esiste la sezione 41 bis e la massima sicurezza, così come non c’è la sezione per i transessuali, che di conseguenza vengono portati a Belluno”. Non si sa ancora se il nuovo carcere, in costruzione e pronto nel 2012, ne sarà dotato.

Un altro grosso problema che affligge i detenuti è la questione sanitaria, “da quando nell’ottobre 2008 la legge ha imposto che le competenze passassero dal Ministero della Giustizia alle Ulss locali. Le aziende sanitarie non si accollano le piccole cure che spettano ai detenuti e non c’è alcuna possibilità, al momento di far fronte al problema dato che c’è una divergenza di fondo: le aziende sanitarie ritengono che i carcerati abbiano pari diritti di quelle in libertà” chiarisce Ferrari. Emblematico il caso di un uomo che ha dovuto attendere oltre un anno per avere una dentiera, e che gli è arrivata grazie alla generosità di un dentista.
E i tagli imposti dal Ministero non hanno certo aiutato, “c’è stato un periodo in cui ad ogni persona veniva dato un rotolo di carta igienica per un mese, e ad ogni donna un solo assorbente al mese”. Fortunatamente la nuova direttrice, Tiziana Paolini, ha provveduto a rimediare.

Grande attenzione da parte del Centro francescano di ascolto alla formazione e all’inserimento lavorativo: un progetto decennale, finanziato annualmente dai i bandi del Csv con il contributo del Comune di Rovigo, prevede l’inserimento in una cooperativa da sei mesi ad un anno. Qui, i detenuti fanno piccoli assemblaggi e gestiscono il magazzino di una Ulss: “Si tratta di percorsi a bassa soglia - conclude Ferrari - validi anche per le persone agli arresti domiciliari. Qualcuno al termine del progetto è stato addirittura assunto”. Dentro al penitenziario, invece, le opportunità lavorative non sono molte, una cooperativa fa fare piccoli assemblaggi a 10 persone, un altro fa lo “spesino”, uno lo “scopino”, infine tre ragazze lavorano nelle cucine.

Elisa Barion
8 luglio 2010
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