SICUREZZA ROVIGO L'assessore comunale Giovanna Pineda è certa che il futuro Cie di Zelo sarà teatro di soprusi e violenze sulle donne

Il valore di un pezzo di carta

Re Artu San Valentino

L'assessore comunale Giovanna Pineda (foto a lato) denuncia: la donne che, prive del permesso di soggiorno, trovano la forza di denunciare la violenza subita, per tutta risposta vengono rinchiuse in un Cie e poi rimpatriate. Inoltre si chiede: Per quanto tempo intendiamo tollerare la presenza dei Cie in cui le donne sono spesso sottoposte a ricatti sessuali, molestie e violenze?

La notizia è di qualche giorno fa, ma subito mi sembrava così assurda che non l’ho considerata. L’ho rimossa. Grande sbaglio! Sull’ipotesi del Cie a Zelo c’è veramente poco da ridere. Certo che dopo la centrale a carbone, il terminal gasiero, la piattaforma off shore, ci mancava solo un lager per migranti al nostro già martoriato territorio. Ma è questo che il Polesine deve pagare per essere in Veneto? Ora ci mancava solo il Cie, e solo perché Zaia deve togliere dall’imbarazzo l’amico Flavio Tosi (a Verona non lo vogliono e lui, a ragione, ha una paura folle di perdere consenso). “Ma a Rovigo va ben tutto, si bevono qualsiasi cosa gli proponga, stai tranquillo”, così gli avrà risposto il nostro caro presidente… ma vi rendete conto come siamo ridotti?

Il fatto più sconcertante è che spesso nei Cie vi vengano recluse donne vittime di violenza, che finalmente hanno trovato il coraggio di denunciare il loro aguzzino, ma per tutta risposta vengono rinchiuse in questi lager, perché a loro volta ree di non avere il permesso di soggiorno in regola. Questo fatto increscioso è già successo più volte, anche a Rovigo purtroppo: una donna, stanca di essere vittima passiva, si rivolge fiduciosa alle forze dell’ordine per denunciare il proprio carnefice e chiedere aiuto, e in risposta viene invece portata in un Cie, in attesa della sua espulsione. Il paradosso è che la vittima viene reclusa, in quanto colpevole di non avere il documento, mentre il vero colpevole della violenza rimane libero e impunito, libero di massacrare qualche altra donna senza documenti. Ma vi rendete conto? Ma può un pezzo di carta avere più valore della stessa vita umana? Sembra quasi un gioco perverso, ma qui si sta giocando con la vita delle persone. L’assurdo poi si è raggiunto con la storia di Faith, ragazza nigeriana, che per un caso analogo, ha denunciato il suo aggressore che la stava violentando, ma essendo priva di documenti, è stata subito trasferita nel Cie di Bologna e poi rimpatriata. Le leggi inique che vigono in Nigeria, paese famoso per non brillare di democrazia, non permettono ad una donna nemmeno la legittima difesa, e quindi Faith rischia la pena di morte. Il suo avvocato e varie associazioni hanno fatto appelli su appelli, ma tutto finora è stato inutile, anche la richiesta di asilo politico.

Benché l’Italia sia uno dei paesi promotori della moratoria contro la pena di morte, lo Stato italiano non ha esitato a consegnare ai suoi assassini una donna che ha saputo con coraggio reagire alla violenza maschile, una donna da cui tutte abbiamo tanto da imparare. La deportazione di Faith è un monito contro tutte le donne che si ribellano alla violenza maschile. Per quanto tempo ancora intendiamo tollerare la presenza dei Cie – lager in cui le donne sono spesso sottoposte a ricatti sessuali, molestie e violenze per poi essere rimpatriate col rischio di essere addirittura uccise? A cosa servono tutti gli appelli fatti per far si che le donne denuncino le violenze subite, se poi questi sono i risultati? Si può chiamare civile uno stato che non tutela allo stesso modo le persone, che accetta che la legge non sia uguale per tutti e per tutte?
Nemmeno un settimana fa c’è stata una manifestazione contro la violenza, proprio a pochi km da Zelo, a Badia Polesine. Questa manifestazione aveva come slogan “Io non voglio aver paura. No alla violenza”. Spero che questa pubblica forte indignazione e denuncia, molto lodevole, non si leghi ad un singolo episodio, ma si ripeta con fermezza davanti ad ogni violenza, e purtroppo temo che non ne mancheranno le occasioni. Gli organizzatori non me ne vogliano però se riprendo parte del loro stesso slogan, integrandolo: io non voglio aver paura di denunciare sempre la violenza! Ovunque essa sia: in casa, per strada e anche nei Cie.

Bruna Giovanna Pineda
Assessore Politiche per l'immigrazione e le pari opportunità
Comune di Rovigo
3 agosto 2010
Il telefonino di Rovigo

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