SEX AND THE COUNTRY Donne dal fascino antico: le sculture di Elena Candeo

La nostra grande madre selvaggia

Re Artu San Valentino

Donne grandi, enormi, con seni e visi nascosti dentro agli alberi, con natiche sode che spuntano dai fiumi, con bocche enormi come colline. Sono le sculture dell'artista Elena Candeo. Barbara le racconta attraverso una fiaba antica


Stavolta vi voglio raccontare una fiaba antica, che però ho inventato io. Anzi, io la racconto perché me l'hanno tramandata, perché mi hanno insegnato la memoria, una memoria che in molti hanno dimenticato di avere.
Ma basta raccontarla ancora questa storia perché torni a vivere nei nostri cuori, sulla terra.
Una volta le creature erano libere e vivevano tra loro in armonia. Il maschile e il femminile erano rispettosi l'uno dell'altro, erano gentili e solidali e si mescolavano fra loro.
Così foglie ed uccelli, fecondandosi, generavano nuvole e tuoni, le donne ed i lupi partorivano il canto, il sogno, la memoria, la sapienza; mentre ruscelli e montagne generavano uomini dagli occhi luminosi e dal cuore grande.
Il mondo risplendeva al tempo in cui ancora non erano stata creata la differenza tra il buono e il cattivo, tra la vita e la morte, tra il giorno e la notte e le cose non ancora definite si alternavano da sole, in perfetta armonia. Non crediate quindi vi fosse disordine, tutt'altro. L'ordine come lo intendiamo noi, quello della parola che definisce e separa e allontana, arrivò molto dopo.
Con l'uso di una parola piegata al potere si divisero la terra da cielo, il mare dai monti, sorsero le città, si ebbe bisogno della politica e delle leggi della giustizia di quella parola.
Così venne il nuovo regno, il regno della parola che purtroppo si era dimenticata del tempo in cui il creato cantava senza aver bisogno di lei.
Eppure, a volte, basta ascoltare il bosco, luogo del selvaggio, perché ci ritorni alla mente questa fiaba antica.

Potevo scegliere tanti modi per parlarvi di Elena Candeo, in molti l'hanno già fatto visto che è un'artista molto famosa.
Io invece ho voluto raccontarvi questa storia perché Elena è una donna e come donna va nei boschi.
Si accosta ad alberi, sorgenti, fiumi, avvallamenti, sassi.
Si avvicina e chiede loro di poterla ascoltare ancora, l'antica fiaba piena di incanto.
Se l'albero le sorride e gliela racconta e se così fa anche il ruscello, allora Elena prende dell'argilla e aiuta le creature nascoste nella memoria del bosco a tornare alla luce.

Così nascono le donne di Elena. Sono donne grandi, enormi, con seni e visi nascosti dentro agli alberi, con natiche sode che spuntano dai fiumi, con bocche enormi come colline.
Elena le chiama Dafne, che era la figlia del dio del fiume Ladone e della terra Gea, la grande madre. Dafne, sacerdotessa di Gea, era una ragazza selvaggia e per questo respinse le profferte amorose del dio Apollo, perché lei amava Leucippo, uomo dai bianchi cavalli.
Apollo non si diede per vinto e non potendo avere la bella fanciulla ricorse alla violenza e cominciò ad inseguirla, per prenderla con la forza.
Dafne allora fuggì via, disperata, chiamando la madre e il padre, chiedendo aiuto a sua madre e a suo padre.
Gea e Ladone intervennero in suo aiuto e fu così che Dafne si trasformò in un albero, di alloro.
Ma questa è un'altra storia, è una delle storie che ha creato la parola, in un momento felice, in cui le era tornata la memoria.

Le grandi donne che risorgono dalla natura selvaggia del bosco grazie alle sagge mani di Elena hanno visi sereni e occhi buoni, sorridono e si mostrano gloriose, fiere dei loro seni grandi, dei loro fianchi larghi, dei loro ventri morbidi, delle loro natiche rotonde, delle loro gambe veloci, dei loro piedi che ridono mentre stuzzicano maliziosi i fili d'erba.
Potrei dirvi che Elena dipinge molto bene, che fa l'attrice, la scultrice.
Ma ho preferito raccontarvi la favola, che Elena racconta celebrando le donne antiche.
Le ho chiesto di spiegarmi il senso, il significato di queste donne che nascono dagli alberi e dalla terra e dai fiumi.
Elena ha risposto così, con le parole sapienti di una grande donna che scrisse con la memoria, Clarissa Pinkola Estès: “Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i nostri sentimenti. Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre,l'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe”.

Barbara Codogno
anubi31@gmail.com

12 agosto 2010
Il telefonino di Rovigo

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