“L’unico me stesso che conosco” è un unico atto, con musiche originali, eseguite dal vivo.
La regia è di Vito Alfarano che, nato a Brindisi, lavora ormai da dieci anni con la compagnia di danza Fabula Saltica di Rovigo. Due anni fa si affaccia irruente sulla scena nazionale ed internazionale come coreografo con “Il rumore dell’amore”, spettacolo di teatro danza, ispirato al canto di Paolo e Francesca, riscuotendo grande successo.
I testi sono di Martino Montagna e le musiche del gruppo Japanesebutgoodies, un collettivo di musicisti che unisce il rigore del post rock elettronico all’immediatezza della forma canzone.
In scena Paolo Rossi attore e performer rodigino; ha frequentato l’istituto della Commedia dell’Arte internazionale di Venezia e dopo una lunga esperienza nella cooperativa teatrale Comedìa, collabora ora con la compagnia Minimiteatri di Rovigo.
I costumi sono affidati alla stilista rodigina Elena Frigato.
C’è profumo di bellezza dietro l’annuncio di questo spettacolo completamente autoprodotto che mette in gioco alcuni giovani professionisti rodigini. Abbiamo voluto saperne di più, conoscere l’idea.
“L’unico me stesso che conosco” cosa porta in scena?
“Andrà in scena una identità unica irripetibile, – risponde Vito Alfarano - l’identità, quella di ogni uomo, e insieme i luoghi, concreti e intimi, che potrebbero, forse, essere occupati, vissuti, nel corso di tutta una vita. Il luogo si trasforma, da contenitore diventa contenuto, rappresentazione di te e del ricordo di chi ti ha conosciuto”.
E’ un lavoro per attore solo?
“In scena c’è un solo attore, ma non sarà poi così solo, perchè al suo posto potrebbe esserci qualunque persona, perchè il cardine è il luogo. Ogni individuo infatti occupa nella vita un spazio, quello che è riuscito a creare per sé nel cuore di coloro che lo hanno conosciuto.
Ma i luoghi poetici che ho ricreato, utilizzando alcuni piccoli oggetti, sono anche il mezzo attraverso il quale la nostra identità, messa in scena, viene stimolata e spesso anche molto condizionata”.
C’è una continuo gioco tra l’esterno e l’interno, tra il reale e una sua metafora?
“Sì – continua Vito - perché si parla di identità che, come la pelle, mette in relazione l’interno verso l’esterno”.
Come è nata l’idea di questo spettacolo?
“Da un reeding che già era parte dei concerti dei Japanese.
Poi c’è stato l’incontro con Martino Montagna che mi ha chiesto una collaborazione per dare un senso ancora più forte al loro lavoro di ricerca, ho accettato volentieri, mi sono totalmente rispecchiato nei suoi testi, quando li ho sentiti. Avevamo tutto gli elementi necessari per cominciare: i bellissimi lavori di Martino, le musiche originali dei Japanesebutgoodies, Paolo Rossi, che aveva già lavorato con i ragazzi per alcune letture e io con la danza”.
Come hai affrontato la messa in scena?
“E’ stato come ricomporre un puzzle, mettere insieme i pezzi appunto. Le differenti competenze hanno permesso di comporre il quadro.
L’identità di questo lavoro, come quella delle persone, è così, secondo me, fatta di piccoli pezzettini, il tuo scopo e quello di cercare i colori le forme giuste e l’incastrino perfetto. Se un pezzo non va, non va, c’è poco da fare, ma quando arriva il pezzo giusto la tua vita può prendere tutta un'altra direzione”.
Camilla Ferrari

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