SEX AND THE COUNTRY All'Università di Padova si parla della poetessa Antonia Pozzi morta suicida, il padre autoritario le ha negato amore e scrittura

Quei versi mai scritti, frammenti di una donna spezzata

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Barbara ci racconta la triste vicenda della poetessa Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni. Una storia, quella di Antonia, fatta di amore per un uomo più grande che l'autoritario padre le impedisce di fraquentare, e per la poesia, che le viene impedito di scrivere perché ritenuta troppo giovane


Mi è già successo tempo fa, quando ho presentato il film di De Missolz su Francesca Woodman, mi è capitato cioè di confrontarmi con la morte di una giovane artista. Se per Francesca ho voluto scindere l'arte dalla vita e quindi, necessariamente, dal suo darsi la morte, per Antonia Pozzi, poetessa morta anch'essa suicida a 26 anni, non è possibile.
Perché la morte di questa poetessa mi tocca da vicino, mi parla di due cose che, alle donne, raramente vengono perdonate: l'amare e lo scrivere.
Ma cominciamo dall'inizio.
L'amica Saveria Chemotti (delegata del Rettore dell'Università di Padova per la cultura e gli studi di genere) tra i tanti regali che mi ha fatto (il primo - e più importante - è un racconto scritto da lei di cui forse un giorno mi autorizzerà a scrivere; il secondo è questa anteprima) mi ha per l'appunto consegnato in anteprima un suo lavoro importante sulla poetessa: “Le parole per dirlo: la poesia di Antonia Pozzi come graphia di sé” che ha presentato stamattina all'Archivio Antico del Bo. E' il suo intervento al convegno: “Le graphie della cicogna, la scrittura delle donne come ri-velazione”.
Attraverso la ricostruzione appassionata e minuziosa, approfondita e tenace di Saveria, la poetessa, a me fino a prima poco nota, ha acquistato forma e mi apparsa in tutta la sua straziante volontà di scrivere e di vivere.
Saveria è molto brava a passare i racconti e nel suo studio c'è stato tra noi un momento magico. La voce morbida e gli occhi azzurri, Saveria mi ha raccontato la storia di Antonia e da quel momento, grazie alla voce e agli occhi di Saveria, quella storia ha cominciato a farsi strada anche dentro di me. E' per questo che ho deciso di raccontarla anche a voi, almeno alcune cose, giusto per avvicinarvi ad Antonia. E al raccontare.
Perché si scrive sempre per raccontare a qualcuno.
Saveria nel suo incipit annota una frase di Simone Weil: “Qualunque essere grida in silenzio per essere letto altrimenti”.
Credetemi, già mi confondo: in questa storia c'è Saveria, c'è Antonia, ci sono anche io, c'è Simone Weil. C'è la scrittura e c'è il racconto. E ci sono tante altre donne, amiche, sorelle.
Ma parliamo di Antonia.
Antonia scrive, scrive poesie: “Io vengo da mari lontani / io sono una nave sferzata / dai flutti / dai venti / corrosa dal sale / macerata dagli uragani...” e da queste poesie trapela sempre e fortissimo il senso di inadeguatezza rispetto ad un ambiente sociale, rispetto alle regole famigliari, al volere di un padre autoritario che le ha negato proprio le cose più importanti: l'amore e la scrittura.
L'amore per un uomo più grande e che apparteneva ad un'altra classe sociale, uomo che Antonia invece ama con tutta se stessa. Eppure, in nome del padre, Antonia rinuncia all'amore.
Ma questo non è che il primo degli ostacoli.
Una società patriarcale le infligge non pochi patimenti. Critiche, feroci, al suo mondo poetico, alla sua scrittura. Le viene detto che scriverà quando sarà donna fatta, quando sarà saggia... Le viene procrastinata l'urgenza più importante, il balsamo che potrebbe lenire la rinuncia forzata all'amore.
Antonia scrive: “... e quando la mia vita di donna sarà equilibrata, completa, allora anch'io scriverò. Ho tante cose da dire...”.
Cose da dire che muoiono abortite sulla ferita delle labbra che non si schiudono alla parola: “Io temo che una vera donna no sarò mai”.
Incapacità ad uniformarsi, incapacità di reprimere la creatività artistica; la poesia: “Ma se non ho più forza, se tutti mi vincono, se sono inferiore, perché ancora lottare e ansare e piangere?”.
E ancora: “Non ho più scritto nessuna poesia...”.
Ad Antonia manca l'affetto di riferimento, il padre le impedisce di sviluppare la giusta autostima ed Antonia coltiva il senso del sacrificio e della rinuncia per compiacere gli altri, per trovare negli altri quel mancato riconoscimento originario.
E' a questo punto che accade la magia, perché anche io mi sento Antonia.
Perché profondamente ho patito e patisco la mancanza di una guida generosa, affettuosa.
E forse è questo il punto di non ritorno. Per Antonia ma soprattutto per suo padre.
Scrive Saveria: “La conferma di questo violento protagonismo autoritario del padre... si manifesta con particolare disumanità e ferocia soprattutto dopo la sua morte, quando dopo aver distrutto il suo Testamento egli pubblicò una raccolta di poesie della figlia intitolata Parole di Antonia Pozzi”.Poesie rimaneggiate da lui.
Un Testamento violato, stracciato e che poi riscriverà lui, a memoria...
Un padre dal violento protagonismo che dopo la morte della figlia prenderà le sue poesie, le correggerà e le pubblicherà “purificate”; eliminando e scartando intere liriche per divulgare un ritratto della figlia che ne proteggesse l'immagine, ai suoi occhi, compromessa.
Compromessa.
Da chi? Da cosa?
Dall'amore e dalla scrittura.
Antonia, sorella cara...
Grazie Saveria.

Barbara Codogno
anubi31@gmail.com
12 novembre 2010

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