
Nelle calde notti d'estate c'erano i gatti che arruffavano il pelo lanciando i loro miagolii guerrieri; le fronde degli alberi scricchiolavano sotto le loro zampe veloci e gli artigli graffiavano l'aria carica di elettricità. Il chiasso era così assordante che quasi si faticava a dormire.
L'alba non era meno chiassosa. Per primi i corvi e le gazze, a scacciare gufi e civette che avevano vegliato la notte con i loro lunghi sermoni intonati; gridavano felici incontro ai primi raggi del sole i corvi e le gazze dai piumaggi ancora imbevuti del blu della notte.
Poi a ruota i dinoccolati piccioni, alcune civettuole colombe, una moltitudine di passeri, a tratti le rondini, un paio di timidi pettirossi.
Nelle giornate tiepide le farfalle intrecciavano sorrisi variopinti tra le soffici nuvole ed io mi beavo, i gomiti appoggiati alla ringhiera del mio terrazzo, mi beavo immersa in un verde pieno di vita e poesia.
Ho passato giorni interi a parlare ai gatti e agli uccelli appostati, nascosti tra gli alberi.
Ho raccolto cavallette stanche che svernavano sulla ringhiera del mio terrazzo, ho riempito le tasche di coccinelle portafortuna, ho avuto amiche farfalle di rara bellezza.
Ho passato notti a scrutare la luna filtrare dai rami della magnolia secolare, alta come una casa di quattro piani.
A giugno, quando i fiori spumosi ed inebrianti sgorgavano dai suoi rami come l'acqua scintillante dalle cascate di montagna, stavo ferma immobile a respirare il profumo nell'aria. Quel profumo intenso e stordente che hanno i fiori delle magnolie.
Mi sentivo una principessa, la privilegiata guardiana di un regno incantato. E ringraziavo la sorte per avermi permesso di accostarmi a quel mondo.
Era un giardino abbandonato dagli uomini e che alberi ed animali avevano governato con logica ed armonia perfetta.
La grande casa, troppo impegnativa per comuni mortali, faticava a trovare acquirenti in grado di amarne la foggia antica e signorile.
Poi gli acquirenti sono arrivati e la casa è stata demolita e ricostruita, all'insegna della modernità.
Io guardavo ingenua quell'abominevole ricostruire ma non ne coglievo il terribile presagio. Osservavo inerme quella gru con il suo braccio d'acciaio lanciato in segno di sfida verso il cielo.
Non credevo che il braccio meccanico sarebbe piombato infausto ad infrangere un paradiso.
Nonché il mio romantico sogno di guardiana di un mondo magico.
Dopo la casa è toccato al giardino.
Certo, c'era bisogno di una bella ripulita da erbacce ed arbusti.
Ma gli alberi? I saggi vecchi alberi?
Sono venuti giù, ad uno ad uno.
Prima il grande, maestoso fico. Delizia di api ed insetti. Decapitato.
Poi l'alta palma, sradicata.
La fitta cortina di bambù, la muraglia eretta da sola a proteggere il giardino incantato. Distrutta.
Poi ancora l'antico roseto, che sui resti di una carcassa di ferro a forma d'arco aveva intrecciato i suoi fiori carnosi disegnando un cerchio perfetto, proprio al centro del giardino.
In un angolo del grande giardino, da sotto gli arbusti è comparso anche un piccolo tempietto, con due colonne e i capitelli. Forse un piccolo tempietto votivo come se ne costruivano spesso quando era ancora in uso ringraziare il divino e contornarlo di bellezza.
Le colonne erano state spaccate a metà e giacevano in terra private di storia e di dignità.
Di fronte allo scempio mi sono sentita profondamente triste e impotente.
Poi ho visto lei.
Anzi, l'ho sentita. La gatta grigia e bianca dagli occhi verdi. Quella per cui i gatti si sfidavano saltando tra i rami degli alberi col pelo arruffato. La regina del giardino un tempo prendeva il sole sul suo albero preferito, si leccava i baffi dopo aver pasteggiato perché la regina selvaggia si nutriva di topi e di merli che cacciava a grandi balzi, quasi volando.
E poi oziava, beata, sicura del suo regno e della sua indiscussa maestà.
Era là, adesso, la gatta grigia, sopra ai tronchi dell'albero suo, sradicato, tagliato a pezzi, accatastato con diligenza.
Qualcuno sentendola avrebbe detto che miagolava, ma io lo so che la regina piangeva.
La gatta piangeva il suo albero. E forse anche la sua perduta libertà.
Tutt'intorno silenzio.
Un silenzio sinistro. Non so dove siano spariti i corvi, le gazze ed i passeri ma tutto tace nel giardino pulito e perfetto, pronto per ospitare i garage di Suv signorili o un più sobrio ed elegante prato a tappeto inglese.
Resiste solo lei, la grande magnolia.
Sfida il braccio meccanico della gru che minaccia di tagliarle la testa.
Se l'uomo non ha più nessun dio, se non ha più rispetto per il suo prossimo, per gli animali, per la terra, per l'acqua, per l'aria, lo so che è assurdo pregare perché almeno si salvi la centenaria, l'antica grande magnolia.
Però, se è rimasto almeno un po' di giardino incantato nel profondo del vostro cuore, se potete, se riuscite, mandate un augurio di vita alla magnolia.
E una carezza, alla gatta che piange.

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