STAGIONE LIRICA ROVIGO Successo di pubblico per "Rigoletto" al Sociale. Contestato il regista Stefano Poda

La carne divisa dall'anima

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Applausi per "Rigoletto" in scena a Rovigo, sul palco Sociale, spettacolo che ha chiuso la Stagione lirica 2010/2011. Il pubblico in sala, però, ha contestato le soluzioni adottate dal regista Stefano Poda. Un’opera estetica e concettuale che forse però si abbandona troppo spesso alla forza dell’esteriore a discapito dell’interpretazione. Polemica anche per le scene di nudo


Rovigo - Cascate di applausi al termine del Rigoletto di Giuseppe Verdi, ultima opera in programma per il cartellone 2010-2011, in scena a Rovigo, venerdì 25 febbraio, in un teatro Sociale gremito di pubblico.
Durante gli applausi entra in scena anche Stefano Poda, regista dell’opera, ed un profondo boato di disapprovazione invade il palcoscenico.
Purtroppo è un rischio che si corre quando si vuol parlare una lingua diversa, quando si raccontano le avventure vissute fuori da Macondo, al di là del mare. Un gusto teatrale ampio, intricato, profondo, spinto al limite e ricco di sfaccettature, sembra essere stato troppo per le abitudini culturali, notoriamente vivaci, di una città come Rovigo.
E’ una struttura estetica davvero affascinante quella congegnata dal regista Stefano Poda, la scenografia si muove su un praticabile girevole mentre la scalinata, a picco sull’orchestra, sottolinea una condizione generale di disequilibrio. Le diverse stanze nelle quali si svolge la vicenda si alternano continuamente e facilmente si assimilano agli stati emotivi dei personaggi e scandiscono i diversi momenti dell’opera. L’uso costante del nero e del bianco, un po’ retorico per una messa in scena dalle pretese complesse, i costumi e il meraviglioso disegno luci rappresentano e interpretano l’inconscio del protagonista, l’immacolata e intoccabile verginità della sua giovane figlia e il palazzo del signore dove convivono denaro, morte e promiscuità.
Nel primo atto la nebbia avvolge il palazzo e il coro si svela, immobile, rigido, in questo continuo girare. Delle maschere di ferro coprono il volto, è così che il regista rende la forza emotiva del contesto umano nel quale si muove la vita di Rigoletto. Rigoletto, interpretato dal baritono Andrea Zese, è il buffone di corte, che, coperto dalla maschera dell’ironia, nasconde un’anima sofferente ed una profonda umanità, racchiusa in un corpo deforme.
L’idea registica è interessante, Poda divide, realmente, la carne, dall’anima. E’ affidato a un mimo, infatti, il ruolo del corpo del protagonista; così facendo si esaltano le difficoltà di movimento oltre a sottolineare, con grande eleganza, il peso enorme di questo corpo. E’ quasi palpabile il senso di pesantezza, la fatica, un fardello doloroso, che questo corpo rappresenta, trascinato sempre, concretizzazione fisica delle angosce che pervadono il protagonista.
La romanza Caro nome, al termine del primo atto, incanta letteralmente il pubblico grazie al soprano Gladys Rossi nel ruolo di Gilda, figlia di Rigoletto. Il canto è sensibile e attento, oltre ad una perfezione esecutiva eccezionale, questa artista unisce sicurezza, agilità e freschezza a dinamiche di sottile fascino e intensa interpretazione.
L’orchestra regionale Filarmonia Veneta, ancora una volta riafferma la sua qualità anche grazie alla direzione del maestro Pietro Rizzo. Al termine dell’opera Andrea Zese (Rigoletto) raccoglie il favore del pubblico, insieme agli altri numerosi cantanti tutti di temperamento sia vocale che scenico.
Un’opera estetica e concettuale, insomma, che forse però si abbandona troppo spesso alla forza dell’esteriore a discapito dell’interpretazione. I corpi dei cantanti sembrano non avere una direzione nello spazio. Quando Gilda muore, al termine del terzo atto, l’intensità del dramma corre solo sulle note di Verdi, sul palco, infatti, manca una corrispondenza interpretativa sufficientemente diretta che veicoli verso il pubblico il senso di un dolore così forte. Dei personaggi difficilmente si colgono le caratteristiche peculiari, è la storia a definirle, lo spettatore viene come tenuto distante, osservatore distaccato di un qualcosa di meravigliosamente bello ma che non lo riguarda.

Camilla Ferrari
27 febbraio 2011

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