CULTURA ROVIGO Incontro con il pittore rodigino Giancarlo Gusella

Artista cantafavole sui generis

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Giancarlo Gusella è un pittore rodigino (classe 1936), non ha fatto scuole d’arte, non ha conosciuto il mondo accademico, ha semplicemnte seguito il suo talento, una forte necessità creativa e l’attrazione verso i materiali e le sue infinite applicazioni


Rovigo - Attraverso una profonda osservazione dei fenomeni esterni, Giancarlo Gusella approda ad una necessità narrativa legata al mondo dei ricordi, al sogno, ed infine a se stesso, come nei lavori in via di realizzazione, non ancora esposti al pubblico.

Dal 1986 al 2010 questo artista rodigino ha esposto in più di 60 mostre, tra personali e colettive, in Italia e all’estero, riscuotendo grande successo. “… Un cantafavole, che a ogni opera ritorna dacapo…. Narrando le storie di un imperituro mondo fiabesco cantato sulle note delle più vivaci tonalità coloristiche che di incantate musicalità. Infine, un raccontare ingenuo e felice di piccole storie piene di dolcezza e di poesia.” scrive Dino Formaggio, il grande filosofo italiano, riferendosi alle opere di Gusella così come Sileno Salvagnini, famoso critico d’arte, resta incantato dalla tecnica pittorica di questo artista definendola “una sorprendente e laboriosa operazione, dove i vari materiali impiegati perdono quasi sempre la loro forma sostanziale per assumerne una completamente nuova, “magica”.

Giancarlo Gusella, pur avendo girato in lungo e in largo, proprio come il protagonista delle sue opere: il cantafavole, resta e sarà sempre molto legato al suo territorio, il Polesine. Da qui, dai doni della natura, infatti, l’artista attinge, rubando foglie, canne, fiori secchi, tessuti che dirventano eterno sfondo delle sue opere.
Dal 1986 al 1990 ha organizzato mostre ed eventi, in qualità di responsabile del’Aics, presso la tavernetta di Palazzo Roncale, a Rovigo. Oltre venti esposizioni di pittura e scultura hanno dato spazio sia a giovani artisti emergenti che a nomi più prestigiosi come Potenza, Abate, Ghelli, e molti altri.
Un ricercatore instancabile insomma che lungo la linea della narrazione contrappone la lenta, cadenzata e circolare poesia della natura, all’uso dei materiali più disparati di origine industriale, portandone all’estremo le possibilità di applicazione, per trovare nelle forme dell’industria la rappresentazione dell’uomo.
Nel 2010 pubblica in tiratura limitata un piccolo libro di fiabe scritte di suo pugno, “Barbabianca, accompagnate dalle immagini delle sue opere.

Come è cominciata la sua attività?
Ho cominciato a collaborare con alcuni studi di architettura. Facevo plastici, ne ho fatti moltissimi, e un poco per volta ho conosciuto i materiali. Poi per curiosità ho iniziato a spandere dei solventi su un piano. Soffiando sul liquido imparavo a direzionarne l’espansione, creando delle immagini. Da subito ho percepito una esigenza narrativa, e così sono nati i primi cicli, come per esempio quello dedicato alla vita delle stelle. Lentamente ho aggiunto il polistirolo bruciato, la balsa e tanto altro.
Ma a causa della elevata pericolosità dei solventi che impiegavo, ho dovuto smettere.
Come ha trovato una nuova strada?
I bozzetti che facevo con i materiali dei plastici mi hanno permesso di individuare un tracciato nuovo. Tra questi infatti stava la piccola immagine di un uomo che cammina, affaticato, sembrava incedere controvento. Da una piccolissima e semplicissima idea nasce quindi il mio magocontastorie, eterno narratore che viaggia da un quadro all’altro tirando faticosamente il suo variopinto carretto e spandendo in ogni dipinto una delle sue magiche fiabe.
Sogni?
Direi che queste opere si muovono tra realtà vissuta e realtà pensata. L’immagine di un ricordo, come la coperta di mia nonna, diventa un opera, coloratissima e fresca, ma lo diventa anche l’idea di un mondo di fiaba che sublima la realtà, raccontandone, in versione sognante, le meraviglie e le aberrazioni.
In una unica immagine sta tutta una vicenda.
E ora?
Parallelamente alla continua nascita di queste opere, sto affrontando un lavoro maggiormente introspettivo, che mi riguarda da vicino. Ma non ho ancora terminato.
I colori, in queste ultme opere di Gusella sono meno brillanti, le forme della natura permangono, ma prendono linee più indefinite, rilanciando all’osservatore la possibiltà di narrare qualcosa a se stesso di immediato e forte attrverso l’uomo pittore, con il suo vissuto e il suo essere. E’ evidente l’aprirsi di una nuova porta che speriamo lasci entrare presto anche agli estimatori di questo artista e tutta la città.

Gusella Giancarlo
Quando ci si imbatte nella pittura “sui generis” di Giancarlo Gusella (nato a Rovigo nel 1936), un genere di pittura-incisione sia per la tecnica personalissima, che per la figuralità essa evoca, anellando, la lunga infinita fiaba del cantafavole che, ad ogni opera, ritorna daccapo, instancabilmente a ricominciare la sua storia: di un imperituro mondo fiabesco cantato sulle note delle più vivaci tonalità coloristiche di incantate musicalità. Infine, un raccontare ingenuo e felice di piccole storie piene di dolcezza e di grazia, dove agiscono pinocchietti sentimentali, che ballano in girotondo intorno alla Cà d’Oro di Venezia o salgono nei cieli offrendo fiori all’amata o alla luna piena di una notte dei miracoli.
Oppure dove pagliaccetti dell’infanzia, cavalli a dondolo, cavallini bianchi innamorati girano per i cieli azzurri dei sogni e portano in sella vaghe fanciulle nel blu notturno della notte magica verso la luna piena sfolgorante di luce. Nel frattempo il cantafavole continua a tirare il carretto traboccante di sempre nuovi sogni d’infanzia sulle strade campestri di minuscoli paesini sognanti, dove, di primavera fiorisce, danzando su fiori bianchi, l’amato ciliegio di casa e, d’autunno, le foglie dolcemente colorate cadono a morire sulla terra e, a mezza strada della caduta, pregano di sospendere la morte imminente lamentando il distacco dall’albero materno della vita, e van dicendo flebilmente (titolo del quadro): “Ancora un attimo........”.
Non si può non riconoscere in questo mondo che canta la fiaba eterna del sopravvivere - nonostante un progressivo minaccioso avanzare, nel nostro tempo contemporaneo, di turbinose notti dell’uomo e del mondo - di una straordinaria estrema luce che illumina, in un’ultima festa del mondo, in una sinfonia di musica e di colori dove canta, intatta, la gioia dell’ingenuità profonda che anima i sentimenti originari, quelli dentro i quali la controfaccia uomo/natura, prima di morire sotto l’impero inesorabile di forze distruttive, possa ancora sollevare l’improbabile canto di una natura felice e dei sogni alimentati da un surrealismo che mantiene dentro la dolcezza del vivere antico o, almeno, di un felice malinconico sorriso che pensavamo di aver perduto per sempre.
Qui sorge il canto di un raggio di luna che, nella notte dei castelli e dei cavalieri innamorati, appare e scompare come i fuggevoli fantasmi dell’illusione amorosa tra le ramaglie immobili delle foreste addormentate.
Non per nulla, ma perché questo mondo di incantata e inattuale poesia che la cromoplastica pittura di Giancarlo Gusella ci offre, chiama alla mente la pagina di purissima poesia romantica del grande poeta spagnolo dell’Ottocento Gustavo Adolf Béquer (oggi rivalutato e studiato). Figlio di un noto pittore, nella sua breve vita (1836-1870) cavò pagine di sublime poesia, specialmente nel volume “Leggende” (tra le quali, appunto, “il raggio di luna” qui sopra accennato), fuggendo da un mondo tribolato da dolori e illusioni, per rifugiarsi nell’unico conforto dello sfogo artistico letterario. Forse come oggi succede al cantafavole Giancarlo Gusella.

Camilla Ferrari

10 aprile 2011

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