CARCERE DI ROVIGO Gli oltre 130 detenuti di via Verdi lanciano un messaggio alla città: "Dateci un lavoro quando saremo fuori"

Grido disperato

L’attore rodigino Luigi Marangoni
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Piazza Vittorio Emanuele II era gremita per l'iniziativa "Il carcere in piazza - Per non dimenticare", che ha avuto come ospite la cantante Paola Turci, ha riscosso un buon successo di pubblico. Le volontarie del Centro francescano di ascolto hanno lanciato l'allarme per l'affollamento della struttura di via Verdi: i detenuti sono oltre 130 in un posto che ne dovrebbe contenere al massimo 60


Rovigo - Ci sono le prove. Le prove del fatto che quando una serata è di qualità artistica elevata, il messaggio arriva, eccome. E’ il caso che si è verificato venerdì 15 luglio in piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo. Una serata dedicata alle carceri e ai detenuti di tutta Italia, nata dalla volontà di Livio Ferrari, presidente del Centro francescano di ascolto, che attivamente affronta, insieme ai volontari, il carcere rodigino, quotidianamente. Una serata per denunciare e scavalcare le alte mura della casa circondariale di Rovigo, per dar voce a chi non ce l’ha, per sensibilizzare la piazza, gli uomini e le donne presenti a questa eccezionale serata, di musica e teatro per il carcere. Gli artisti intervenuti sono l’attore rodigino Luigi Marangoni (foto a lato), e la cantante Paola Turci. La piazza si riempie, fa silenzio, nonostante la musica alta e il vociare eccessivo che proviene dal caffè Franchin, a pochi passi dal “liston”.

Ma basta concentrarsi un poco e i detenuti sembrano lì, sul palco, dove Luigi Marangoni legge qualche intenso passo tratto dal libro “Di giustizia e non di vendetta, l’incontro con esistenze carcerate” di Livio Ferrari. Sono i detenuti che raccontano la loro storia amara, lontana dalle famiglie che molte volte non ci sono più, racconta di individui soli, dimenticati, racconta di sbagli enormi, di rotte errate, di figli da crescere fuori e, purtroppo anche dentro le mura del carcere, racconta della droga, ma anche di una rinascita che è possibile. La voce dei detenuti dunque prende il corpo di Marangoni e arriva dritta, niente buonismi, niente carità.

E se Paola Turci è conosciuta per la sua profonda e intima concezione della musica, quella che denuncia, anche in questa occasione non manca di regalare a Rovigo la sua straordinaria dote musicale, umana e intellettuale. La scelta dei brani è estremamente coerente alla serata, e la sua forza interpretativa lascia tutti a bocca aperta, non c’è parola, nota, suono, che non siano assolutamente perfette. “Una cosa che so - dice la cantante - è che ad un uomo si può togliere tutto, ma non il diritto ad amare ed essere amato”. La Turci si alterna a Marangoni in una messa in scena semplice ma efficace, canta i suoi successi, “Volo così” e “Bambini” per esempio, ma vengono i brividi per la fantastica interpretazione di “Dio come ti amo” di Modugno e “ Si può” canzone di Giorgio Gaber.

I racconti letti da Luigi e le interpretazioni, asciutte ed intense della Turci, sono inframezzate dalle parole di alcune volontarie del Centro francescano d’ascolto che snocciolano qualche agghiacciante dato. “Sono oltre 130 i detenuti nel carcere di Rovigo, un carcere che ne potrebbe contenere solo 60, troppi, decisamente troppi”. E arrivano le voci dal carcere con una lettera scritta dai detenuti, che una volontaria legge. E’ rivolta a noi questa lettera: “Voi che non sapete come sia la vita del carcere, voi che non sapete cosa sia l’odore del carcere, voi che non sapete cosa significhi avere un figlio in carcere o perdere un proprio caro quando si è in carcere, voi che non sapete cosa significhi crescere un figlio che è in carcere con te... ascoltateci, non chiudeteci le porte in faccia, provate a darci un lavoro, quando saremo fuori, aiutateci ad avere una seconda possibilità… grazie per tutto quello che farete per noi”.

Poi Livio Ferrari conclude con poche parole la serata: “E’ il sistema carcere che non funziona, la pena detentiva, calibrata sulla base della gravità del reato, non può essere la soluzione. La salvezza deve essere la relazione, porsi al di la delle categorie, creare una dinamica nuova di socialità che identifica e riconosce ogni singolarità”. “Facciamo in modo – prende la parola fra Beppe Priori, uno che la vita l’ha passata proprio con loro, i detenuti - che questa serata non resti solo una serata dei buoni propositi, ma che ci sproni a fare, a cambiare e destrutturare tutti quei preconcetti che ci imprigionano come individui liberi”.
Circola una strana energia, i messaggi lanciati sono tanti, alcuni davvero fastidiosi. Fastidiosi forse per i ben pensanti che certamente, una volta a casa, avranno avuto qualcosa su cui riflettere.

Camilla Ferrari
16 luglio 2011

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