La storia della repressione cinese nei confronti del Tibet non è finita. La libertà viene negata con violenza. Ghesce Ten Jang, il monaco buddista, racconta la sua storia di fuggiasco. Le immagini del video in bianco e nero sono aggiaccianti. La quarta edizione dell'Etnofilm fest è cominciata a Rovigo. "Altre città - ha spiegato l'ideatore Fabio Gemo - si sono offerte di ospitare la quinta"
Rovigo - E’ partita ufficialmente la quarta edizione dell’Etnofilm fest, giovedì 15 settembre al ridotto del teatro Sociale, tema il Tibet, introduce con poche parole Fabio Gemo, mente dell’intero festival. Manca anche il climatizzatore in una sala gremita, ma infuocata dall’afa che non dà tregua, unica concessione del comune di Rovigo al festival, oltre all’economico patrocinio. In sala, spalle allo schermo, tre figure di spicco in ambito antropologico, etnografico. Tra
Piero Verni, scrittore e giornalista, e
Giovanni Vuono, siede una persona, un testimone che dal Tibet è scappato, sfuggito alla violenza cinese, alla fame e all’ignoranza. Si chiama
Ghesce Ten Jang ed è un monaco buddista. Stava in sala per portare a Rovigo un aria più che diversa, unica. “Sono scappato nell’82, alla volta dell’India. Sono fuggito d’inverno, come tutti fanno, perché in inverno i fiumi ghiacciano, solo allora è possibile valicare il confine. Nel tragitto molti bambini muoiono per ibernazione e ad altri vengono asportate le estremità".
"L’India, grazie a Gandhi, ha mantenuto quella forza e quella libertà di pensiero, uno spirito pacifico, che mi ha permesso di vivere e studiare la mia tradizione e la mia religione. Anche l’Europa si è data da fare. Ogni mese arrivavano nelle mie mani tra le 600 e le 400 rupie, potevo vivere.
La repressione cinese nei confronti del Tibet è tutt’altro che terminata. Ogni mese circa, qualche monaco si dà fuoco per protesta. Ogni volta che si dà inizio ad una conferenza, i tibetani sono costretti ad offendere, prima di iniziare, il Dalai Lama. Non si possono appendere sue foto negli edifici, è un po’ come se voi non poteste appendere l’immagine del Papa se voleste.
Chi protesta viene immediatamente fermato e brutalmente picchiato. In ogni edificio esiste una piccola roccaforte cinese di controllo. La Cina non è un paese comunista. I principi su cui si basa il comunismo sono buoni – e la sala comincia a mormorare – ma per i Cinesi restano sulla carta” conclude Ghesce Ten Jang.
Parte la proiezione. Ecco le immagini della proclamazione della repubblica popolare cinese. Mao vuole liberare il Tibet, in realtà lo sottomette nel 1951.
Violenze, esodo e morte in bianco e nero sullo schermo.
Il dolore di uomini e donne profughi all’incontro con il Dalai Lama, una escalation di emozioni e di umanità ferita, recisa alla radice, la libertà, si riassume in pochi fotogrammi commentati da Vono e Verni. Poi un segno di speranza.
Dal 2008 nei campi profughi indiani, nello specifico a Dharmarsala, nasce il primo centro cardiologico, per tenere sotto controllo la salute della popolazione e prevenire eventuali malattie cardiache.
Infine, e ci sta, una goccia di sana filosofia buddista si spande nella sala. Le parole di Ghesce Ten Jang sono semplici ma efficaci. “
I problemi degli uomini e delle donne europee, non sono quasi mai di natura pratica, bensì psicologica. La sofferenza dell’uomo europeo deriva, quasi sempre, da uno squilibrio di ordine relazionale. La difficoltà e l’assenza di contatto emotivo, rendono la vita frenetica e assordante. Ricordate di vedere il positivo, ricordate di essere felici”.
Un piccolo buffet saluta gli spettatori della serata. Gemo è soddisfatto, ma proprio non si spiega come, con un festival di questa portata, che richiama l’attenzione nazionale ed internazionale,
la realtà economica delle istituzioni se ne stia silenziosa, senza vedere come la cultura e il festival possano realmente apportare un contributo alla città in ogni direzione. E Gemo conclude lapidario: “Alla prossima riunione su questo sarò molto chiaro, altrimenti...
ci sono già in lista Perugia e Monselice, con 70 mila euro”.
Camilla Ferrari