
La recensione di "Boccasette", primo romanzo di Gianluca Cappellozza, firmata da Barbara Codogno. Nato a Monselice nel 1965 Cappellozza si è laureato in sociologia e in filosofia presso l’Università degli Studi di Urbino. Ha seguito il corso di perfezionamento in Diritto ed economia dello sport presso l'Università di Firenze. E' stato docente formatore presso l'Enaip. Lavora a Vicenza. Ha esordito con Vi Regalo il Nordest…?! nel 2004
“In certe malinconiche giornate di sole tutto ti appare dorato e incantato nel Delta del Po”. “Boccasette” è il primo romanzo di Gianluca Cappellozza. Potremo definirlo un racconto “geografico” dato che l'autore, quasi facendo scorrere un'immaginaria cinepresa, ne dipana la narrazione a partire dall'Altopiano di Asiago per arrivare, alla fine, alla spiaggia di Boccasette. Una storia che si orienta come una bussola, a grandi balzi geografici e storici, si raggiungono luoghi della memoria quali Roma o Ancona. Per abbandonare lo sguardo sognante verso Est.
“Boccasette” è un libro ma è anche un biglietto. Uno solo. Di sola andata. Un lungo viaggio in macchina che diventa un viaggio nel tempo, tragicamente un viaggio verso la fine. Il protagonista è Cristiano, ragazzo figlio dei luoghi di questo nord est, i pensieri inzuppati di nebbia malinconica, il cuore marcito da speranze disattese, la moderna flessibilità del lavoro che tutto inquina, che non riconosce alcuna dignità. Sia essa emotiva, esistenziale. Un uomo sotto attacco che finisce per farsi carico di questo male di vivere, di questo cancro sociale. Così: “Un giorno d'inverno, a Boccasette, nel Delta del Po, cambierà per sempre la vita di Cristiano”. E' un un uomo che si ammala, Cristiano, perché il sangue finisce per farsi cattivo quando in bocca non resta che il gusto amaro del niente.
In questo romanzo d'iniziazione geografica, non solo i luoghi sono descritti con la sapiente pesantezza di chi quella nebbia fitta del vivere ha saputo leggerla e raccontarla ma diventano pretesto perché il libro possa essere considerato anche un romanzo d'iniziazione. Alla morte. Della speranza, dell'amore, della fiducia. Perché Cristiano nasce tra la nebbia ma alla nebbia non vuole arrendersi. Così se ne va, abbracciando lo sconforto esistenziale e umano della violenza che viene inflitta ai non blasonati. Per chi abbia solo la propria intelligenza, cultura e bravura - ma nessuna raccomandazione - non c'è pietà. Cristiano prova lo stesso a spostarsi per l'Italia ma il cinema, l'editoria, la carriera universitaria, per i figli di nessuno, sono mondi impossibili. Nessuna porta si apre e il cuore si chiude, il sangue s'ammala. Così Cristiano affonda tra “lavori precari” e “amori flessibili”.
Malinconica, densa di mestizia, tragica la penna di Gianluca Cappellozza che narra una storia in maniera semplice, quasi ingenua. Per poi chiudere su di un finale irritante, cattivo, brutale. Perché è brutto quando arriva la morte e ha la pancia piena, perché prima si è mangiata i nostri sogni, le nostre speranze, la nostra anima, il nostro amore, i nostri desideri. E' una grassa morte soddisfatta quella che ci mostra Cappellozza ed è per questo finale così amaro, così spietato, così tragico che alla narrazione si perdona il tratto a volte troppo leggero, alcune caratterizzazioni rapide che restano in superficie quando invece si sente che Cappellozza ha il polso della scrittura e in futuro di sicuro saprà abbandonare il timore della “strada maestra” e saprà dirigersi oltre, navigando a vista, fidandosi del suo intuito. E della sua bravura.

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