
"Il mio grido" è un videoclip di sei minuti realizzato dall'associazione balletto Città di Rovigo con i detenuti della casa circondarie di via Verdi. L'opera conclude il laboratorio di tre anni che i giovani artisti dell'associazione hanno svolto in carcere. Musica, danza e teatro si fondono nel video dove compaiono solo i corpi nudi delle persone, senza parole
Rovigo - Un atto concreto ed un opera d’arte dedicata interamente ai detenuti di tutta Italia, è il videoclip “Il mio grido” presentato, sabato 10 dicembre all’auditorium del conservatorio Venezze, da un gruppo di giovani artisti rodigini che concludono con quest’ultimo lavoro l’esperienza triennale di laboratorio teatrale e musicale all’interno della casa circondariale di Rovigo.
“Il mio grido” è una storia di 6 minuti, uno sfondo bianco accoglie i corpi e gli sguardi dei detenuti, che diretti da Vito Alfarano, regista dell’intero lavoro, raccontano la storia di un grido. Le riprese, effettuate da Ludovico Guglielmo, e il montaggio di Alessandro Gasperotto, creano gli effetti e le atmosfere curate sino all’ultimo dettaglio, atmosfere che Cesare Grandi, fotografo, ha colto e fermato nelle sue fotografie.
“Ogni emozione, ogni gesto – afferma Camilla Ferrari, che ha tenuto il laboratorio vocale con i detenuti - è frutto di un laboratorio. Attraverso le tecniche teatrali e vocali è stato possibile ottenere verità davanti allo schermo”.
“Ancor prima di mettere piede in carcere – esordisce Vito Alfarano - si è deciso di imboccare la strada dell’immagine sola, eliminando la parola o il dialogo, per discostarsi dai lavori passati, per sperimentare una strada diversa, ma soprattutto perché spesso, il corpo, l’espressione e il gesto sono molto più eloquenti di una frase. In una frase parlata, infatti, sono sempre contenuti: condizionamenti, paure, concetti equivocabili e spesso molto retorici. Difendersi, usando il corpo, da una macchina da presa o dai maestri che interagiscono con il soggetto, diventa molto più difficile. Si ottiene così spontaneità e verità. L’individuo, stimolato nella giusta direzione, è costretto ad essere se stesso, nient’altro che se stesso, quella semplice e complessa meraviglia che si chiama uomo”.
“Il corpo nudo – continua Camilla Ferrari - esprime la sua potenza, la sua morbidezza, ma anche le ferite o la sua fragilità, la sua vivacità. Tenendo presente che il fruitore finale del lavoro è lo spettatore, avviene così: lo spettatore, davanti alle immagini di un corpo nudo, non può che vedere l’uomo e il suo corpo, bello, brutto, rugoso, ferito, vivace, giovane, vecchio, potente, gracile che sia. Sarà sempre l’uomo ad essere guardato, non il detenuto, questo è lo scopo comunicativo principale. Lo sfondo bianco elimina qualsiasi possibilità di collocamento nello spazio. Disorientamento dello spettatore è uguale a assenza assoluta di pregiudizio. Non sapendo nulla dell’uomo che sta sullo schermo, lo spettatore gli è già vicino emotivamente, quel corpo infatti sembra rappresentare il suo omologo dall’altra parte dello specchio, nel corpo del detenuto l’osservatore vedrà se stesso e nient’altro”.
Le musiche, originali, sono state realizzate da Simone Pizzardo attraverso un lavoro di montaggio di suoni e rumori vocali registrati con i detenuti durante il laboratorio.
Emozionate anche Tiziana Virgili e Laura Negri, presidente della provincia e assessore alla cultura, presenti all’evento insieme all’assessore comunale alle politiche sociali Gianni Antonio Saccardin.
L’opera “Il mio grido” è stata prodotta da associazione balletto Città di Rovigo, finanziata dal ministero di Grazia e Giustizia, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto, in collaborazione con la direzione del carcere di Rovigo.

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