
Dopo la Chiarastella (leggi articolo) ecco un'altra tradizione del Natale polesano: il saluto del Torototela. Il personaggio, un sorta di trovatore senza maschera dotato di un rudimentale strumento musicale con cui accompagnava il suo canto benaugurale, girava di casa in casa per raccogliere la carità. Immagine a lato
Un'altra figura caratteristica del Natale era il "Torototela". I Torototela di solito provenivano dalle province circonvicine, Vicenza in particolare, e venivano in Polesine tra Natale e Capodanno. Dell'esistenza di questi personaggi si trovano tracce in Lombardia, sul Garda, nel Veronese e nel Mantovano. Incominciavano il canto col "Saluto del Torototela" da cui deriva il nome dato al personaggio. Il rudimentale strumento su cui modulava la sua storia era detto "el tartaro": un oggetto formato da due assi inchiodati che sbattevano rumorosamente tra loro quando venivano azionati da uno spago che li legava. All'interno i due legni venivano verniciati di rosso per farli assomigliare a una bocca aperta. In fondo la sua origine antichissima richiama la testa del maiale le cui mascelle servivano per sbattere tra loro e far rumore.
Vicino a Natale infatti c'era anche l'uccisione del maiale che per i popoli della valle padana era "musina" cioè una ricchezza accumulata durante tutto un anno e che restituiva tutti i risparmi. Anche la testa del maiale, le ossa delle mascelle servivano per la questua come strumento musicale del Torototela. Questo strumento rudimentale si arricchirà con il tempo di una cassa di risonanza, una zucca vinaria detta da noi "zzuca violina" incastrata a guisa di ponticello tra i legni e la corda.
L'Almanacco del Polesine di Marchiori e Palmieri ci dà questa descrizione: "Una specie di trovatore. Non ha maschera. Veste come tutti, soltanto porta due profonde bisacce che gli scendono dalle spalle e tiene in mano questo strano strumento musicale, rozzo, primitivo, che, a vederlo, vi fa da ridere. Con questo bizzarro apparato il povero suonatore si presenta baldo alla porta di casa, si pianta su due piedi come uno convinto di non far dispetto a nessuno. Innalza e appoggia alla spalla la zucca. Brandisce l'archetto e soffrega forte le corde traendone suoni scomposti confusi sibilanti scroscianti che graffiano l'udito. Emette una vociaccia sgangherata e comincia a cantare con aria di ispirato questo canto: “L'è rivà el torototela l'è rivà el torototà. / Col so promesso, mi vegno avanti / parchè me tuogo la libertà: / son qua a cantarghe el Torototela / che in stò momento l'è capità/ Torototela Torototà / Siora parona la vegna de qua / che non son miga indiavoià / son 'na povera mascherina che domanda la carità / o parsuti o salame qual cosa la me darà / la varda nel cassettin ca ghè on salamin / e se no a vol darmelo tuto 'a me daga on tochetin / Torototea torototà. / Sia benedeto sto fabricato e anca el mistro che l'à piantà / e sti signuri ca ghè sta drento de buon cuore ghè sempre stà / torototea torototà. / Siora parona mi za la vedo la va zirando de qua e de là / 'na qualcosa la me portarà / Torototea torototà / Se la me porta dela farina la sachetina l'ò preparà / se la me porta un toco de grasso la pignata se cunzarà / Torototea Torototà / Siora parona sia benedeta la me pol fare la carità / se qualche cossa no la me porta me vedo mezo prezipità Torototea Torototà”.
Il compenso arrivava e allora il Torototela salutava così: “e la ringraziamo tanto dela carità ben fata / e tornaremo un altro ano par la santa epifania / Bona sera e bona note e andemo via / Torototea Torototà”.
Come eco canzonatoria del repertorio di questi girovaghi ad Ariano Polesine troviamo questa filastrocca di presa in giro del Torototela: ”Torò-torò-torò- / s'a maridà Brighela; / l'ha tolto 'na veceta / che salta e che repeta, / Brutta repetona; / Bondì siora parona!”.
Carlo Folchini

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