
Il teatro Sociale di Rovigo ha ospitato due recite del Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota, opera di cui il teatro rodigino è coproduttore. Un cast di cantanti lirici giovane ma efficace nel gioco degli equivoci. Un maestro sul podio, Giovanni di Stefano, di profonda conoscenza della musica di Rota. Buona la prestazione del coro Aslico, curiosa e piacevole la regia di Elena Barbalich
Rovigo - Una vicenda demenziale quella del "Cappello di paglia di Firenze" dove un cavallo mangia un cappello di paglia appeso a un albero. Sabato 14 gennaio al teatro Sociale di Rovigo è andata in scena la farsa musicale in quattro atti di Nino Rota, su libretto dello stesso Rota e di Ernesta Rinaldi, sua madre.
Il cappello di una donna che sta per convolare a giuste nozze, che si è appartata col suo amante e che vuole la restituzione del cappello dal padrone del cavallo. Tutto si tesse intorno a questo episodio che mette in crisi due situazioni familiari fino al limite della sfida a duello. Tutta Parigi viene coinvolta: dal laboratorio delle cucitrici che tessono i cappelli di paglia; al salotto bene della baronessa; al posto di guardia della gendarmerie; al cielo stesso che rovescia un temporale sui malcapitati invitati alle nozze. Il vortice degli eventi si placa alla fine con la scoperta che uno dei doni di nozze, presente fin dall'inizio, e non ancora aperto, altro non era che un cappello del tutto uguale a quello mangiato dal cavallo. Si doveva arrivare fin qui per scoprire la futilità del movente di un viaggio
Al limite tra il fantastico e l'assurdo. Lo stesso Rota, dopo la scrittura, il cui testo è ripreso e adattato da una "vaudeville" (opera leggera) francese del 1851 di Eugène Labiche, aveva chiuso la composizione, inedita, in un cassetto per nove anni. Solo nel 1955 la diede alle stampe e la fece rappresentare a Palermo. La decisione di offrire al pubblico un tale spettacolo dell'assurdo Rota molto probabilmente la maturò in sintonia col nuovo clima culturale che andava imponendosi attraverso il surrealismo che investiva l'arte con Magritte, Klimt, Mirò; la letteratura e il teatro di Pirandello e Bechet dell'"Aspettando Godot".
Ma tutto questo messo in musica, ridotto a scenografia teatrale, espresso nel canto che effetto fa? Lo spettatore che viene portato al centro dell'azione come si troverà, estraniato dal reale come è da una vicenda così assurda?
Il laboratorio musicale di Nino Rota si esprime qui al massimo della sua creatività. Tutta la bravura del compositore viene messa alla prova. La composizione musicale della trama insegue suggestioni pucciniane, rossiniane, con gag e canti popolari, popolani, carnascialeschi degli invitati e la marcia militare del cambio della guardia in piazza Troudebi nell'atto IV con reminiscenze verdiane, cui segue il temporale con rombi e fulmini che ammiccano alla cavalcata delle Walkirie di Wagner. E Rossini? In quell'aria che accompagna la guardia che lascia sguarnita la garitta per "un quartino vado a ber" (rimando al conte di Almaviva travestito da ufficiale ubriaco nel Barbiere di Siviglia). Altra reminiscenza verdiana nel momento finale quando scoperto il cappello tutti i protagonisti escono in quell'esclamazione di meraviglia "ha il cappello!!!" ripetuto come in tranche dai protagonisti e dagli invitati (un tema che sembra uscito dal "zitti, zitti" del Rigoletto). Tutto questo, e solo per cenni riportato, per dire della formidabile ri-creazione cui Nino Rota ha sottoposto il suo immenso laboratorio musicale: un dèjà vu tutto fatto di sottili accenni.
La scenografia, affidata a Tommaso Lagattola e alla regista Elena Barbalich, doveva essere, per essere credibile, la più vicina allo spettacolo del varietà. Ed è ben riuscito lo scenografo nell'intento, dando a quegli ambienti travolti dal vorticoso muoversi del protagonista, il massimo di astrazione nelle forme, là dove il particolare riproduce l'immagine e il tutto si trova nel dettaglio svincolato dai parametri del reale. Riuscita la scenografia del temporale e della piazza Troudebì con il gioco della prigione e della garitta con doppia entrata di prigione e di casa dello sposo.
La parte vocale ha messo in luce alcune voci di straordinaria efficacia quali il tenore Leonardo Cortellazzi che ha interpretato Ferdinard giovane agiato della Parigi borghese e romantica del secolo scorso. Un giovane sognatore travolto dagli eventi che gli scombinano proprio il giorno più bello della vita. Efficace la sua interpretazione nei duetti con Elena, la sposa novella, interpretata da Manuela Cucuccio, soprano, e la baronessa di Champigny interpretata splendidamente da Marianna Vinci mezzosoprano.
Un'altra voce degna di nota è quella del basso interprete del marito abbandonato e deluso Beaupertuis, interpretato da Filippo Fontana che intona un'aria di una melanconia nostalgica, mentre fa il pediluvio per rilassarsi dalla prolungata assenza della moglie (quella del cappello mangiato dal cavallo), e la melanconia si fa sempre più ardita fino a trasformarsi in dubbio e in una minaccia per raggiungere l'esasperazione dell'affanno. E' questo uno dei passi più belli dell'opera di chiare rimembranze mozartiane delle nozze di Figaro.
L'orchestra Sinfonica di Sanremo diretta da Giovanni di Stefano ha dimostrato tutta la sua competenza nell'interpretazione dell'opera di Nino Rota. E' un autore Rota col quale bisogna stabilire una sicura familiarità soprattutto per le sottolineature cui sono preposti determinati strumenti che annunciano, presentano e accompagnano colorando con pennellature diverse i vari personaggi: il ribattuto degli ottoni nella marcia, il clarinetto e l'oboe nel tema di Elena (la sposa novella), nel corteo nuziale sotto la pioggia il suono solista della tromba che immette nella struggente melanconia dei film di Fellini - come Zampanò e quel clown straordinario che è Giulietta Masina in Otto e mezzo - e i tocchi leggeri dell'arpa nei sospiri di Elena che vuole tornare bambina col padre, lontano da quel marasma di eventi che hanno travolto il giorno del suo matrimonio.
Carlo Folchini

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