
La richiesta della Provincia di Rovigo e delle Ulss 18 e 19 consentirebbe ai pazienti affetti dalla patologia di dipendenza da gioco di accedere alle stesse cure dei tossicodipendenti e degli alcolisti. L'assessore Marinella Mantovani punta a far inserire nel piano socio sanitario regionale l'ordine del giorno deliberato in giunta
Rovigo - Videopoker, slot machine, poker on line, videolottery: anche in Polesine si registra il fenomeno del gioco legalizzato che in alcuni casi diventa una vera e propria patologia che riduce in schiavitù il malato e la sua famiglia.
In Polesine sono circa 70 i casi di dipendenza da gioco che sono stati presi in cura dalle Ulss polesane nel corso del 2011. Ma il dato potrebbe aumentare dato che esiste una fascia di popolazione considerata a rischio e che va tenuta sotto osservazione.
Chi si ammala ha bisogno di cure per guarire. Cure che attualmente non rientrano nei livelli essenziali di assistenza garantiti dal sistema sanitario. Per questo la Provincia di Rovigo ha approvato in giunta un ordine del giorno per chiedere alla Regione Veneto di equiparare la dipendenza patologica da gioco alle tossicodipendenze. In questo modo ai malati si riconoscerebbe il diritto ad accedere alle stesse prestazioni socio sanitarie dei tossicodipendenti e degli alcolisti.
La richiesta è stata inviata a metà dicembre alla V commissione regionale Sanità, al presidente Leonardo Padrin, al governatore veneto Luca Zaia e al ministero della Salute. "Ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna risposta - fa sapere l'assessore provinciale ai servizi sociali Marinella Mantovani - ma l'obiettivo è di farla inserire nel piano socio sanitario regionale". "Nel frattempo - aggiunge - siamo in attesa che arrivi dai Monopoli di Stato di Venezia la mappatura delle slot machine presenti in Polesine divise per comuni".
L'ordine del giorno prevede anche l'istituzione di un tavolo di discussione in cui si studia il fenomeno e le strategia per contrastarlo. Ne fanno parte le Ulss 18 di Rovigo e 19 di Adria. Entrambe le aziende sanitarie, infatti, hanno già iniziato dei progetti di cura delle persone malate. A quanto spiega Andrea Finessi, direttore del dipartimento per le dipendenze Ulss 19, nel 2011 ad Adria sono state viste circa 40 persone. I malati, dopo una prima valutazione, vengono sottoposti ad un percorso psicoeducazionale, a sedute in gruppi di auto-mutuo aiuto e una ventina di pazienti sono ancora seguiti. "Parallelamente - aggiunge - abbiamo organizzato dei corsi di formazione per i medici di medicina generale e delle attività di sensibilizzazione nelle scuole medie".
Il Sert dell'Ulss 18 l'anno scorso ha preso in carico circa 30 casi, secondo il direttore Marcello Mazzo, due dei quali sono giovani poco più che maggiorenni. Per loro è prevista una terapia in gruppi di lavoro multiprofessionali (ovvero con operatori diversi, assistenti sociali, medico psichiatra e psicologo) accompagnato, in alcuni casi, dal trattamento farmacologico.
"La cura dei malati di gioco ha costi sociali elevati - commenta Mazzo -, soprattutto perché si tratta di interventi lunghi e coinvolgono diverse professionalità".
I malati di gioco sono in genere persone di età compresa tra i 30 ed i 45 anni, sono in maggioranza uomini che fanno parte delle fasce medio-basse della società. Come si riconosce la patologia? "Il sintomo più evidente è il fatto che la persona centra tutta la propria vita sul gioco".
Elisa Barion

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