TEATRO TRECENTA (ROVIGO) Lorenzo Bassotto nel testo di Gunter Grass tratto dal Tamburo di latta, la lettura scenica non valorizza lo spettacolo

Il piccoletto non entusiasma

foto Barbara Rigon
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Spettacolo strano e poco condiviso dal pubblico quello de "Il piccoletto" trattp dal Tamburo di latta di Gunter Grass andato in scena al teatro Martini di Trecenta. La scelta della lettura scenica piuttosto che della recitazione dell'unico attore sul palco Lorenzo Bassotto ha penalizzato la resa di un testo di per sè difficile


Trecenta (Ro) - "Mi rimaneva ancora il mio tamburo. Mi rimaneva anche la voce. A voi cui sono noti i miei successi col vetro, difficilmente essa potrà riservarvi qualcosa di nuovo, potrà annoiare molti di voi che amano la varietà. Ma per me la voce di Oskar, oltre al tamburo, era sempre una valida prova della mia esistenza; giacché fin quando la mia voce era in grado di frantumare i vetri io esistevo, fino a quando il mio ben mirato respiro mozzava il respiro al vetro, in me c'era ancora vita". Così si congeda dallo spettatore il protagonista del "Il piccoletto" tratto dal "Tamburo di latta" di Gunter Grass andato in scena sabato 21 gennaio al teatro comunale "Ferruccio Martini" di Trecenta con Lorenzo Bassotto nel ruolo di Oskar Matzerat, musiche dal vivo di Olmo Chittò, scene di Gino Copelli e tecnico delle luci e della scenografia Alice Colla. Il testo teatrale, seppur tratto e ridotto dal grande romanzo di Gunter Grass, avrebbe meritato una recitazione più autorevole. L'attore unico Lorenzo Bassotto forse ci ha messo del suo meglio, ma si è presentato con una serie di fogli in mano e praticamente ha letto durante tutta la drammatizzazione, senza manifestare nessuna autonomia dal testo scritto e questo ha condizionato ed è andato a discapito della manifestazione teatrale. 


A dire il vero l'attore è riuscito a mandare ad effetto alcuni suoni allucinanti, gutturali del "piccolo - vecchio" Oskar, la cui voce spaccava i vetri, o lo strozzamento della spilla inghiottita dal padre il signor Matzerath "che supponeva essere mio padre" dice come un ritornello il piccolo che aveva rinunciato a diventare grande. (Il padre inghiotte la spilla del partito nazista all'arrivo dei Russi, per sfuggire alla rappresaglia, ma muore ugualmente tra lo sghignazzo dei soldati) "Oskar avrà tre anni e gli regaleremo un tamburo di latta" dice la madre al momento della nascita ed è questo tamburo a ritmare la sua vita e a ridurlo ad essere sempre un bambino di tre anni. Ma del tamburo in scena c'era ben poco - è stato durante tutta la recita in un angolo -. La scena comunque è stata studiata bene nella sua essenzialità di ombre proiettate sullo sfondo bianco, con il cono di luce di una lampada, come quella dei condannati a morte, che stranisce il loro volto e accentua le ombre degli occhi e del naso. Il protagonista si presenta in scena su una sedia a rotelle, macabro simbolo di una culla per un bambino e di una carrozzella di invalidità permanente per un anziano. Sì la scena poteva essere degna cornice a questo teatro assurdo e violento, dove la storia di un bambino, che rifiuta di diventare adulto, si intreccia con la storia della Germania e soprattutto di Danzica città simbolo delle contraddizioni in Europa e della guerra che ha distrutto il suo primato nel mondo, città anche dell'autore Gunter Grass. Bisogna riconoscere che il testo era di una difficoltà estrema però poteva essere una pièce di grande impatto emotivo. La recitazione "letta" invece ha lasciato gli spettatori allibiti e incapaci di emozionarsi.

La pièce comunque ha avuto un secondo elemento positivo nei suoni che hanno accompagnato e sottolineato la recitazione. Olmo Chittò con una strumentazione sofisticata ha narrato più che le parole del protagonista la storia. I rumori dei vetri in frantumi, le acclamazione o il brulichio disordinato della folla, il rantolo dei morenti, il turbinio e gli spari della guerra, la marcia dei soldati, il suono della campana, l'avvicendarsi delle stagioni con le loro voci inconfondibili, e il suono del tamburo (non di latta) che accompagnava le fasi del racconto di Oskar. Però il teatro è recitazione e questo gli spettatori lo hanno giudicato negativamente.

Carlo Folchini

26 gennaio 2012

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