TEATRO SOCIALE ROVIGO Ottimo spettacolo di "Lucia di Lammermoor" di Gaetano Donizetti diretto da Francesco Rosa per la regia di Stefano Poda. Burcu Uyas, soprano, e Mirko Palazzi, basso, conquistano il pubblico

Innocenza e vertigine

Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
Lucia di Lammermoor di Donizetti (foto Nicola Boschetti)
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Ottimi intepreti per la Lucia di Lammermoor di Donizetti in scena al teatro Sociale di Rovigo per la stagione 2011-12. Pubblico in visibilio alla scena della pazzia di Lucia del soprano Burcu Uyar. Vibrante e commovente Mirko Palazzi nel personaggio di Raimondo. Grande prova del maestro Francesco Rosa che ha diretto il tutto. Regia e scenografia un po' cupe ma ricercate e d'effetto di Stefano Poda



Rovigo - Amore contrastato e matrimonio forzato terminano con un omicidio e un doppio suicidio. Non è la storia di una “femme fatale”, la donna di “Lucia di Lammermoor, uccide sì ma solo nella follia e non crede neppure di avere ucciso. Venerdì sera 27 gennaio 2012 è andato in scena al teatro Sociale, per la stagione della lirica 2011-2012 il capolavoro di Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor, opera in due atti, su libretto di Salvatore Cammarano, tratto dal romanzo di Walter Scott “The bride of Lammermoor”. Tutto nell’opera si svolge nell’arco di un giorno e una notte, perché l’aurora che doveva assistere al duello tra Enrico, (fratello di Lucia,  baritono – Elia Fabian) ed Edgardo, (innamorato di Lucia, tenore – Alessandro Liberatore) non si realizzerà mai. Siamo nella Scozia del tardo ‘500 e va in scena la rabbia di Enrico Ashton contro la sorella che ama l’odiato nemico sir Edgardo Ravenswood. Lucia è obbligata dal fratello a sposare Arturo Bucklaw (tenore Thomas Vacchi) che lei non ama. La consiglia a questa scelta anche il suo maestro Raimondo (voce del basso Mirko Palazzi). Il matrimonio viene combinato con l’inganno di una lettera fatta apparire come autentica firmata dal fidanzato Edgardo che irrompe sulla scena deciso a vendicarsi del sopruso. Ma alla vista della firma di Lucia sul contratto di matrimonio getta via l’anello e si dispera. Anche Lucia si dispera e si uccide. Muore anche Edgardo incapace di vivere senza Lucia. Si è come affacciati sulla vertigine di una vita sovvertitrice della vita stessa. Un giorno quello condensato nel dramma di Lucia di Lammermoor composto segmento per segmento in un ritmo caleidoscopico di crollo e di ricomposizione e di crollo finale senza speranza di uscirne vivi


L’ispirazione lirica si svolge dentro una scenografia avvolta di nebbia tra mura di un castello tetro dove l’acqua che filtra tra i le pietre dà ancor più il senso della rovina, anche il gruppo scultoreo del giardino dove le ancelle sostengono Lucia, inquadrata dalla luce non ha niente della levità di un giardino ma quasi da agente delle tenebre. Su questa superficie perennemente buia si misurano impietosamente le variazioni della musica di Donizetti fatta di tenerezze, di turbolenze, di fugati, di follie con il libero impennarsi del flauto, di trafiggenti presentimenti. Difficile eseguire con convinzione una musica che glissa, rallenta e si intorbida, aumenta in sonorità contenendo in sé le passioni e le rivendicazioni umane, gli abbandoni e la tragicità del melodramma romantico. Grande prova del maestro Francesco Rosa, anche se una parte del numeroso pubblico presente ha espresso alla fine qualche perplessità.

Una perplessità invece potrebbe darsi sull’allestimento della scenografia di Stefano Poda, che firma anche la regia. Tutto in essa vi traspare tranne il sorriso, un sorriso c’è ma è quello della pazzia. Dalla scena iniziale col coro in arnese da caccia, al giardino dei gioiosi palpiti fino al campo tra le tombe dove dovrebbe svolgersi il duello, al matrimonio, alla veglia mortale e alla pazzia tutto è sempre dentro la stessa scena opprimente delle mura del castello in rovina. Non c’è la “sprezzatura” se non quando il flauto inizia quel soliloquio con la voce di Lucia, che rimane il punto più alto del dramma. In quel momento lo scenografo, pur non uscendo dalle mura, rompe la cortina di nebbia con sciabolate luminose che escono dalle finestrelle del castello. I paludamenti degli attori erano ingombranti tanto da impedire i movimenti, anche la scena del corteggiamento nel giardino si è fissata in movimenti misurati statuari.

Nell’esecuzione della partitura musicale quello che ha preso tutti fino all’applauso ripetuto, a scena aperta, e alla richiesta di bis da parte di un teatro in delirio è stato il momento della pazzia di Lucia, un pezzo di bravura ben riuscito al soprano interprete Burcu Uyar (soprano di grande professionalità artistica e capacità vocali). Già il teatro aveva dimostrato il suo gradimento per il duetto d’amore tra il tenore Edgardo di Ravenswood (Alessandro Liberatore) e Lucia  “Verranno a te sull’aure i miei sospiri ardenti, udrai nel mar che mormora l’eco dei miei tormenti…”. Ed è lo scambio degli anelli. Non è riuscito invece  con eguale potenza espressiva il secondo finale, pur magistrale, affidato allo stesso tenore con cui si chiude l’opera. Ma torniamo alla scena della pazzia a quel “point d’orgue” tra il flauto e la voce del soprano che tanto mandò in visibilio il pubblico che aspettava il soprano al varco di quel pezzo di bravura.

Già un’altra grande figura della letteratura dell’800 aveva assistito, sperduta tra il pubblico, come noi, a quella scena: Madame Bovary. Emma assiste a Rouen proprio alla rappresentazione della Lucia di Lammermoor e più volte zittisce il marito che dà prova di non comprendere il dramma. Emma rivive l’infelice sorte della protagonista che noi seguiamo dal racconto di Raimondo (Mirko Palazzi bellissima voce da basso e per l’occasione grande interprete del testo donizettiano). Egli ci racconta in un drammatico recitativo, in modo attutito dalle vibrazioni della voce, la terribile azione compiuta da Lucia nella stanza nuziale. La docile e remissiva creatura ha ucciso lo sposo. Voce forte e piena questa del basso Mirko Palazzi cui non sono mancate le vibrazioni della meraviglia e della commozione. “ Eccola” chiude il suo racconto Raimondo. E qui comincia la scena della follia. La voce del soprano  Burcu Uyar interprete di Lucia in dialogo col suo piccolo lume tenuto in mano, avvolta in un vestito bianco canta “ Il dolce suono mi colpì di sua voce. Ah quella voce… Ah l’inno suona di nozze… il rito per noi s’appresta …” e qui tocca le note più acute e compie gli arditi virtuosismi del “soprano drammatico di agilità” come si definisce la voce di Burcu Uyar. Il flauto unito a quella sua voce le ha dato una parvenza di innocenza quasi adolescenziale.
Bella nel complesso la rappresentazione teatrale rodigina con l’Orchestra regionale Filarmonia veneta e il Coro Lirico Li.Ve. e la scuola di danza Danzacity. 

 

Carlo Folchini

29 gennaio 2012

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