
Sto preparando un paper per un convegno francese sulla memoria dei veterani della grande guerra, e sono costretto a confrontarmi con realtà-paese che, a differenza dell’Italia, hanno fatto della memoria una vera base culturale, valoriale, quasi mitica.
In Italia, purtroppo, la memoria ha avuto una parabola inversa, sfociando nell’oblio. Sfruttato dal fascismo come simbolo portante del regime, il culto dei morti di guerra si era affiancato al movimentismo degli ex combattenti, autentica base di consenso per la costruzione dello stato totalitario. Poi, quel conflitto vinto si è quasi addormentato, soffocato dalla retorica repubblicana e dai suoi nuovi miti. La forza della Resistenza, la ricostruzione dopo le macerie del totalitarismo e di una guerra catastrofica, il superamento delle tormentate esperienze della guerra civile, hanno posto nell’ombra i combattenti della prima guerra mondiale, di quel terribile conflitto di massa che vide morire quasi 700.000 italiani, in gran parte della classe di quei fanti contadini travolti dalla brutalità della guerra moderna, di quell’apocalisse della modernità, così come l’ha definita Emilio Gentile.
In pochi, allora, hanno avuto la voglia di riscoprire le esperienze di quei soldati e, se si fa eccezione per la legge che istituiva il cavalierato di Vittorio Veneto del 1968, le memorie si sono perse, chiuse nei bianchi sepolcri che il tempo, inesorabile, ha portato via i corpi dei veterani della guerra. Qualche luce si è riaccesa pochi anni fa, quando nel 2008 il bersagliere Delfino Borroni, ultimo reduce italiano della prima guerra mondiale, venne a mancare alla veneranda età di 110 anni.
Ma l’opera di salvaguardia di quella memoria, aveva più il sapore di un atto dovuto, che di un fattore in cui credere. È così che nessun governo ha attuato un serio programma di salvaguardia e di registrazione delle testimonianze, nessun libro è strato scritto, il sistema culturale ha sistematicamente ignorato il problema. Forse in Italia la politicizzazione della memoria ha generato un sistema fatto di dimenticanze ed oblio. Eppure la grande guerra non è stata una guerra ideologica, non ha tutelato bandiere di sorta che trovano postumi nelle culture politiche di oggi. Ma il paese ha dimenticato. Ha abdicato al proprio ruolo di gestione e salvaguardia della memoria, per dedicarsi ad altre più redditizie pratiche. È tutto da spiegare, quindi, il ruolo che gli ultimi veterani del primo conflitto hanno avuto nella nostra cultura.
Mentre altri paesi riflettono in modo profondo e chiaro, e hanno molto da insegnarci, noi siamo ancora qui a meditare. Il tempo passa e non sappiamo nemmeno più quanto ci sentiamo italiani.
E mail inviata da
Leonardo Raito
assessore Provincia di Rovigo

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