Fino al 18 marzo Rovigo ospita la mostra personale di uno dei suoi più illustri artisti, Gabbris Ferrari. Pittore, scenografo, regista, scultore, l'autore presenta l'esposizione riassuntiva dei lavori della propria vita artistica. La mostra si divide in due location: il museo dei Grandi fiumi e la Pescheria nuova
Rovigo - “Il paesaggio inquieto”, si chiama così la personale di Gabbris Ferrari, il più importante artista vivente rodigino: pittore, scultore, scenografo e regista, esposta a Rovigo tra la Pescheria nuova, in corso del popolo, e il museo dei Grandi fiumi di piazzale San Bartolomeo, fino al 18 marzo prossimo.
Non una mostra antologica, ma riassuntiva, di memoria. 70 opere che l’autore ha realizzato nell’ultimo anno ma che parlano delle diverse stagioni della sua vita, dei capisaldi e riferimenti artistici, ambientali, emotivi impressi nel Gabbris di oggi.
La quantità di opere, infatti, era stata pensata per gli spazi espositivi di palazzo Roverella, se non fosse che un controverso regolamento, che impedisce agli artisti viventi di esporre in quelle sale, ha impedito a Gabbris Ferrari di utilizzare il "gioiello" della città.
La mostra di Gabbris Ferrari è divisa per capitoli. Il primo riguarda i legni che vengono dal mare: "Alcuni di essi stanno in mare per anni - spiega l'artista - come accostarli? Qui c'è il gioco dell'opera". Ai legni si legano Il "L'armadio della metafisica", che ricorda l'armadio delle scuole medie di Gabbris Ferrari a cui il suo maestro Prudenziato era molto legato, "lo aveva ereditato da Gino Pinelli", e la Lavagna con memoria. Poi c’è una serie di opere, sezione chiamata “Geometrie e paradigmi”, legate alle forme coniche ispirate agli studi sulla classicità. Poi due i capitoli di dipinti, alcuni nati dagli studi su Goethe e altri dai paesaggi vissuti come “Il paesaggio inquieto” e “2012 nuova Itaca”. L’ultima sezione “Sesto senso albedo” con opere di sintesi tra scultura, forma, proporzioni e colori.
L'esposizione si inserisce in un progetto più ampio di valorizzazione della cultura polesana nel Novecento veneto, proposta e sostenuta dalla Fondazione banca del Monte di Rovigo.

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