STAGIONE LIRICA ROVIGO Successo e pienone al teatro Sociale per la prima diretta da Balázs Kocsár, per la regia di Paolo Panizza. Ottima perfomance di Anna Maria Chiuri in Azucena

Il Trovatore, un inno alla vita

Ufficio Stampa Comune di Rovigo (foto di Leonardo Battaglini)
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Fondazione Cariparo Nuove Generazioni

Alla presentazione dell’opera “Il Trovatore”, giovedì 27 novembre, nel ridotto del Teatro Sociale, il regista Paolo Panizza poneva la questione della scenografia dell’opera: se ambientarla o meno alla situazione attuale in un vissuto diverso da quello che ha presieduto alla stesura dell’opera verdiana. In realtà le passioni che agitano tutta l’opera verdiana sono archetipi, e attraversano tutti i tempi, la scenografia più scarna ed essenziale rende in maniera più convincente il movimento e le contraddizioni del cuore umano. Così è stato, e il regista ha dato prova di una sapiente orchestrazione degli scenari che nei loro movimenti simulavano a volte un accampamento, a volte un carcere, a volte un chiostro di monastero da dove provenivano voci di preghiera e il tutto dominato da una torre che sovrasta simbolicamente tutta l’opera


 

Rovigo - Venerdì 28 novembre al Teatro Sociale si è assistito a un ben riuscito Il Trovatore di Giuseppe Verdi in un teatro stracolmo con un’orchestra straordinaria, un coro ben diretto sia nell’ampiezza del volume delle voci, sia nella delicatezza e religiosità di certi passaggi di preghiera sussurrata del coro lirico Veneto (e questo a soddisfazione e merito del maestro Giorgio Mazzucato) sia nella interpretazione offerta dai protagonisti. 

Il direttore d’orchestra Balázs Kocsár si è segnalato al pubblico  per la capacità di trarre dalla partitura – supportato da un’orchestra regionale Filarmonia Veneta in ottima forma – tutta la raffinatezza e ricchezza, anche dal punto di vista coloristico, facendo sentire, come si usa dire, “veramente tutto” (alla Mahler insomma). Tutto dai battiti dei martelli sull’incudine ai tintinnii dei campanelli viene raccolto e innalzato. Esperienza musicale che Verdi raccoglie da tutte le voci dell’universo. 

Ecco gli interpreti ad uno ad uno. Luis Chapa l’interprete di Manrico. Tenore lirico, nei passaggi che esigono una notevole potenza di emissione lì Chapa si è mostrato a suo agio, sfoggiando una sufficiente padronanza dei propri mezzi vocali, ma pure Chapa ha saputo essere teneramente lirico in pagine indimenticabili (come “Deserto sulla terra”, “Ah sì, ben mio, coll’essere”, “Ah, che la morte ognora”, “Insano! … ed io quest’angelo”), dove ha brillato anche per l’eleganza del fraseggio. Così come ha affrontato con sicurezza e potenza la celeberrima cabaletta “Di quella pira” (ripetuta con qualche variazione), meritandosi un applauso convinto; o nell’invettiva alla fine contro Leonora che secondo la sua visione parziale aveva tradito il suo amore pur di liberarlo dalla morte “Ha quest’infame l’amor venduto…”, resa con travolgente passione.

Interessante e alla fine applaudita a lungo dal pubblico, (forse la migliore della serata) Anna Maria Chiuri mezzosoprano nei panni della zingara Azucena che ha sfoggiato una voce dalle sonorità cupe, ma non troppo accentuate, conferendo alla zingara un’aura sinistra, ma non prettamente demoniaca, il che sarebbe scaduto nella caricatura. Bella la sua interpretazione di “Condotta ell’era in ceppi”; ed efficace infine e dolce quasi materna nella parte conclusiva dell’opera (“Ai nostri monti”), dove ha saputo essere trasognata. 

Aris Argiris un baritono dalla voce potente e timbrata, che ha conquistato il pubblico con “Il balen del suo sorriso”, temibile per le frequenti note di passaggio, alla cabaletta “Per me ora fatale”, efficaci i suoi interventi nelle scene d’insieme

Rachele Stanisi era Leonora. La sua interpretazione all’inizio si è rivelata talora non del tutto espressiva nei passaggi di coloratura (“Di tale amor che dirsi”), comunque, nel prosieguo dell’opera, le prestazioni del soprano sono andate crescendo, sicché si è progressivamente rivelata una Leonora sensibile ed appassionata (“D’amor sull’ali rosee”, “Tu vedrai che amore in terra”, oltre a tutta l’ultima scena con la morte della protagonista nella cella del carcere dove era andata per liberare Manrico).

Autorevole il Ferrando di Seung Pil Choi  come la Ines di Luciana Pansa e il Ruiz di Nicola Pamio che aveva affiancato con competenza il regista nella presentazione dell’opera, giovedì nel Ridotto del Teatro Sociale. 

Il tutto si è svolto nella finzione scenica, nella morte continuamente evocata dentro una musica fiammeggiante con ritmi di danza, quasi un inno alla vita.

Carlo Folchini

29 novembre 2014




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