TEATRO SOCIALE ROVIGO L’Avaro, capolavoro del drammaturgo francese, del regista Ugo Chiti è un successo. Il pubblico ha apprezzato il protagonista e tutto l’impianto della commedia 

Alessandro Benvenuti trascina Molière alla vertigine 

Il cast de L’Avaro con Alessandro Benvenuti prodotto da Arca azzurra teatro (foto@botticelli)
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Quando il teatro piace il pubblico accorre numeroso. L’avaro di Molière interpretato da Alessandro Benvenuti al teatro Sociale andato in scena il 21 febbraio è stato vicino al tutto esaurito. Una interpretazione fuori dal comune, con la messa in luce di risvolti della pièce che hanno stupito anche i già pratici della commedia di Molière. Pubblico in estasi 



Rovigo - A teatro per vedere un super Molière nell’”L’Avaro” interpretato da Alessandro Benvenuti. Certamente lo sapevano gli spettatori che hanno affollato ogni spazio del teatro, martedì 21 febbraio 2017, che avrebbero assistito a un evento teatrale straordinario. Quando si apre il sipario la luce soffusa delinea l’architettura di una casa dove la luce non filtra dalle imposte socchiuse, ma dove tutto si svolge a lume di candela (non sia l’avarizia), anche se è giorno. Una casa che non cambia mai e che alla giovane Marianna, promessa sposa di Arpagone, attraverso i raggiri della Rosina, darà l’impressione di una prigione. Una casa che potrebbe suggerire un magazzino polveroso dove si mimetizzano ricchezze, accumuli nascosti in vecchie casse, niente grazia, o arredi borghesi. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita. Una scena cubica, volumetrica da tragedia greca, ma che nel nostro caso, per somma di comicità e volgarità  spirituale si presta  alle evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata. In questo scenario allucinante si muove con agilità e prepotenza Arpagone, vecchio taccagno, interpretato magistralmente da  Alessandro Benvenuti che fin dal suo apparire in scena disturbato da un raffreddore che rende ancora più meschino il personaggio renderà in modo straordinario le paranoie e le paure dell’Avaro. Alla fine la commedia del grande commediografo francese non smentirà la sua fama di intrico di storie e sentimenti contrastanti con spunti di riflessione e pura comicità. 

Il testo, libero adattamento e regia di Ugo Chiti, ha rispettato l’impianto originale di Molière e gli attori che si sono succeduti sul palcoscenico: Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Gioffreda, Desirée Noferini hanno dato la misura dell’attualità del testo amaro e comico nello stesso tempo, giocando intorno a un super Arpagone, Alessandro Benvenuti, personaggio centrale e assoluto, padrone della scena e dello stesso teatro che egli chiama a testimone del furto subito e che invita all’applauso o a smettere. Arpagone è ritagliato su di lui senza stravolgerne la maschera inventata da Molière. Benvenuti non stravolge l’originale, ma lo “attraversa” . 

In lui l’avarizia cessa di essere un tic, una deformità, uno spunto di situazioni farsesche. Nel finale la diagnosi investe la psicologia di chi ha subíto un furto, di chi è stato defraudato di un oggetto di passione esclusiva, della sua unica ragione di vita. Proprio la fissazione affettiva di Arpagone su un oggetto miserabile sollecita un’equivoca, ma profonda partecipazione emotiva: l’avarizia redime l’avaro. 

Arpagone muore tra i suoi quattrini invocando una solidarietà umana che non avrà più. Il rimbombo di un tuono sgangherato e pauroso, il latrato di un cane nel giardino di casa accompagnano l’azione con una valenza intenzionalmente simbolica. 

L’amabile e canagliesco intrigo finalmente si scioglie: i figli si sposano, e in scena rimane la meschinità di un uomo solo. Grande interpretazione, grande entusiasmo del pubblico, momento di alta cultura. Ecco un’opera d’arte che “non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.

Carlo Folchini 

25 febbraio 2017




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