CULTURA ROVIGO L’intervista al pianista Andrea Lucchesini arrivato in città per la seconda volta in occasione del concerto dell’associazione musicale Francesco Venezze del 5 marzo all’auditorium del Venezze

Le musiche che toccano l’anima 

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Dall’amore per la musica, fino alla sua carriera nel concertismo all’ultima performance, la seconda a Rovigo, per l’associazione musicale Francesco Venezze nella quale si è esibito nelle ultime due Sonate per pianoforte di Franz Schubert: Andrea Lucchesini si racconta 



Rovigo - Andrea Lucchesini, uno dei più significativi pianisti italiani del nostro tempo, è venuto a Rovigo per il concerto dell’associazione Musicale Francesco Venezze. Un atteso ritorno in città dopo un memorabile concerto chopiniano al teatro Sociale nel 2010, dove peraltro si era già esibito giovanissimo, nel 1985, quando fu insignito del premio Quadrivio. Lo abbiamo incontrato per parlare di musica, prima che sia la musica a parlare. 

Viviamo in un mondo che non conosce più il silenzio, e che, insieme al rumore ambientale, ci inzuppa anche di tanta cosiddetta musica ambientale, spesso in realtà molto prossima al rumore. Immersi in questo habitat, da cui non possiamo sottrarci, che cosa significa educare alla musica?
"Il tema del silenzio mi rimanda proprio al programma del mio concerto, perché nella musica di Schubert il silenzio è parte fondamentale del discorso musicale. Credo che Schubert sia il compositore che più di ogni altro abbia usato il silenzio in senso strutturale. Le sue pause, le sospensioni dei suoi suoni coronati servono per pensare, per cambiare strada, per decidere ad un bivio dove andare. I suoi silenzi ci danno tanti insegnamenti, in forma metaforica. Più in generale, è vero che abbiamo perso la capacità di assaporare il silenzio, immersi come siamo in città rumorosissime, e costretti a vivere costantemente con un sottofondo di musica, molto spesso brutta. Non si può stare tranquilli senza musica neanche al più appartato dei ristoranti: viviamo inondati dai suoni. Invece, io che sono cresciuto in campagna, ricordo nella mia infanzia quelle ore sdraiato sull’erba, ad ascoltare il silenzio dei prati e il canto degli uccelli. Un ascolto che comprendeva in sé l’atto liberatorio di rilassarsi e quello intellettuale di riflettere. Adesso è impensabile, il nostro orecchio è inquinato, e soprattutto i più giovani credono di avere un proprio gusto, nuovo, originale, mentre nella realtà non possono più scegliere, perché queste musichette semplici, elementari si sono impadronite del loro, del nostro cervello, che non fa che ripeterle. Sembra qualcosa di familiare, ma in realtà è tutto costruito e queste musiche piacciono perché si ricordano facilmente. Crediamo di scegliere, ma in realtà ripetiamo qualcosa che non è intimamente nostro, appunto perché non l’abbiamo né cercato, né scelto".

Lei ha affermato che studiare musica aiuta a formare dei buoni cittadini. Mi piacerebbe che si soffermasse su questo concetto che spesso nel sentire comune è contraddetto dal cliché del musicista, soprattutto classico, che vive fuori dal mondo, astratto dalle cure della quotidianità.
"Quella frase scaturiva dall’esperienza della Scuola di musica di Fiesole, che io ho diretto per parecchi anni, per volontà del suo fondatore Piero Farulli, il grande violista membro del Quartetto Italiano. Quando nacque, una quarantina di anni fa, la Scuola di musica di Fiesole realizzava un’idea di didattica rovesciata rispetto a quanto si faceva nei Conservatori. A Fiesole, piuttosto che insegnare a muovere le dita il più velocemente possibile si privilegiava l’educazione al suonare insieme, e quindi l’esperienza orchestrale e cameristica. E quando si deve suonare con gli altri non si può prevaricare, né essere troppo remissivi, e in questo rispetto per l’altro, che è anche coscienza di sé, c’è una chiara metafora del vivere civile. Se si ha rispetto per sé e per gli altri nella musica, è altamente probabile essere capaci di rispetto anche nella propria vita di relazione. E poi è scientificamente provato che il metodo di studio per l’apprendimento della musica è propedeutico ad un qualsiasi metodo di apprendimento scolastico, perché sviluppa la creatività nell’ordine, nel rigore, nella disciplina".   

E’ stato assai precoce nell’intraprendere con successo la via del concertismo. In questi suoi primi trent’anni di carriera che cosa è cambiato nel mondo del concertismo e nel suo personale approccio col palcoscenico?"Quando ho iniziato, la situazione generale era diversa, c’era tanto fervore, tanta voglia di ascoltare musica classica. Il nostro paese era ricchissimo di piccole associazioni musicali, fatte spesso di volontari, animati da una grande passione e capaci di scommettere sui giovani. Quando vinsi il Concorso pianistico Città di Treviso, era il 1981 e io avevo sedici anni; grazie a quella vittoria, iniziai ad essere chiamato a suonare da queste associazioni, magari senza cachet e con un mero rimborso spese, ma con la possibilità di maturare un bagaglio impagabile di esperienza. Pensi che già l’anno successivo io avevo fatto cinquanta/sessanta concerti, soprattutto fra Veneto ed Emilia Romagna. Certo, io venivo da una scuola molto rigorosa, perché studiavo con Maria Tipo da quando avevo sei anni, ma quella palestra concertistica fu comunque per me preziosissima, e me ne accorsi due anni dopo, nel 1983, nel momento in cui partecipai e vinsi il Premio Ciani alla Scala di Milano. Queste opportunità per i giovani oggi non ci sono più, un po’ perché purtroppo tante di queste associazioni non ce l’hanno fatta e hanno dovuto chiudere i battenti, un po’ perché adesso più che organizzare concerti si cerca l’evento. Piuttosto che offrire una proposta ricca di appuntamenti concertistici, scommettendo su musicisti poco famosi o all’inizio della loro carriera, si preferisce concentrare l’impegno economico nella realizzazione di pochi concerti-evento con i grandi nomi, che fanno accorrere il pubblico. Ma questo non porta a niente, non semina, non educa il pubblico d’oggi, né costruisce quello di domani. Per quanto riguarda l’evoluzione del mio approccio al palcoscenico, sicuramente ad essere aumentata è la consapevolezza. A vent’anni si hanno le briglie sciolte, si è curiosi di suonare anche ciò che poi ci si accorge non essere nelle proprie corde. È un processo di maturazione personale, sul quale hanno fortemente influito gli incontri artistici con importanti direttori d’orchestra, solisti e con un compositore come Luciano Berio".

Qualche parola sul concerto: lei ha suonato per l’associazione musicale Francesco Venezze le ultime due Sonate per pianoforte di Franz Schubert.
"Secondo me, le Sonate di Schubert sono uno sbocco naturale delle trentadue Sonate beethoveniane: dopo la forza e la convinzione che l’uomo possa vincere su tutto, che Beethoven appunto incarna alla massima potenza, ecco la spiritualità di Schubert. Beethoven è tutta sostanza, le sue Sonate, come d’altronde le Sinfonie, catturano l’attenzione, e non a caso egli è probabilmente l’autore più amato dai giovani. Invece, quella di Schubert è una dimensione più onirica, meno appariscente, e dunque meno immediata nella forza attrattiva, però quando ti cattura, ferma il tuo passo, per farti perdere nella sua divina lunghezza. È un mondo che tocca l’anima, e, dato che io sono reduce dall’eccitante esperienza dell’incisione dal vivo di tutte le trentadue Sonate pianistiche di Beethoven, sentivo il bisogno di perdermi nel sogno schubertiano, e devo ammettere che mi ci sto crogiolando. Vorrei arrivare a proporre anche tutte le Sonate schubertiane, anche perché trovo davvero ingiusto che siano tuttora molto meno conosciute dal pubblico e praticate dai pianisti rispetto a quelle di Beethoven".   

Nicoletta Confalone

7 marzo 2017
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