ROVIGORACCONTA 2017 Apre il festival il giornalista e scrittore Andrea Scanzi in una piazza di gente sotto gli ombrelli. Libertà, dolore e redenzione di quattro atleti indimenticabili 

La pioggia non ferma l'emozione del monologo di Scanzi 

Andrea Scanzi
Al centro Mattia Signorini e Sara Bacchiega organizzatori di RovigoRacconta
Andrea Scanzi
Al centro Mauro Corona
L'assessore regionale alla Cultura Cristiano Corazzari e il sindaco di Rovigo Massimo Bergamin
Andrea Scanzi
Luigi Maieron e Mauro Corona
Andrea Scanzi
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Parte sotto la pioggia la quarta edizione di Rovigoracconta, una pioggia che tuttavia non ferma l’entusiasmo dei cittadini che accorrono al primo evento del festival davvero numerosi sul listone di piazza Vittorio Emanuele II colorata dell’arancione che caratterizza questa manifestazione. Ad aprire le danze, in una edizione dedicata alla ricerca della magia, è il giornalista e scrittore Andrea Scanzi, con un monologo che racconta quattro storie di libertà, dolore e redenzione di atleti indimenticabili: Pietro Mennea, Marco Pantani, Nadia Comaneci e Muhammad Alì


Rovigo – La prima voce chiamata ad incantare la platea di questo attesissimo festival, è quella di Andrea Scanzi che con incredibile sensibilità racconta storie di vita vissuta dei più grandi ed indimenticabili atleti di tutti i tempi. Torna sul palco di Rovigoracconta il giornalista e scrittore che incanta il pubblico con un emozionante monologo sulla vita di quattro sportivi entrati nella storia: Pietro Mennea, Marco Pantani, Nadia Comaneci e Muhammad Alì. Raccontati con voce, musica e immagini, gli atleti che Scanzi porta sul palco lasciano senza parole il numerosissimo pubblico che, nonostante la pioggia, è accorso per assistere al primo evento di questa quattro giorni dedicata a letteratura, musica e poesia. E strappano sentiti e ripetuti applausi. 

La prima storia che Scanzi racconta sul palco, è quella del velocista Pietro Mennea che divenne campione olimpico dei 200 metri a Mosca, nell’80. “Nonostante la critica lo considerasse poco elegante, nel ’79 realizzò il record mondiale che rimase imbattuto per 17 anni – spiega Scanzi – Era talmente poco considerato che gli sbagliarono il nome e persino la nazionalità. Quando realizzò il record, guardando il tempo, 19’’72, penso che avessero sbagliato anche l’anno. Si rese conto solo dopo, quando cominciarono a fargli i complimenti, che quello era il suo tempo. Tre anni fa morì, all’età di 60 anni ed in una intervista realizzata non molto tempo primo disse che avrebbe rifatto tutto, tutte le ore di allenamento, forse ancora di più, perché la fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni”. 

E sul tema della fatica, il collegamento con la salita del campione di ciclismo Marco Pantani viene quasi naturale. “Come facevi a non volergli bene? – continua Scanzi – con la testa pelata, le orecchie a sventola e sempre infortunato. Ma quando si rialzava, era sempre più forte di prima. Lui era teatrale, sapevi che stava per succedere qualcosa. Si toglieva la bandana e capivi che stava per scattare. E i suoi avversari dissero più volte che, quando scattava, era meglio lasciar perdere. E poi la squalifica e non si riprese più. Lo abbandonarono tutti. Morì solo in uno squallido residence di Rimini. In una intervista a Gianni Minà disse ‘è come un muro che ti cade addosso e ti colpisce nell’anima’. I suoi occhi, in quella intervista, non erano più gli stessi, era già morto. Non ha mai accettato di essere stato abbandonato da tutti. Gli chiesero, un giorno, perché gli piacesse la salita. E rispose: ‘non mi piace proprio per niente, io scatto per abbreviare l’agonia’. Una vita così, finché, non trovò la salita invalicabile”.

Il terzo personaggio che Andrea Scanzi porta sul palco di Rovigoracconta 2017 è stata definita la più grande ginnasta di tutti i tempi, Nadia Comaneci. All’età di soli 14 anni, nelle olimpiadi del ’76, vinse 3 ori ed un argento. “I giurati volevano darle il massimo, 10, ma non era previsto, nessuno aveva mai ottenuto la perfezione – spiega Scanzi – ma trovarono il modo di segnare un punteggio tanto alto scrivendo il numero uno e cominciando a moltiplicarlo. Vinse anche nelle olimpiadi successive, ma nel ’84 si ritirò a soli 22 anni prima di quelle che sarebbero state le sue terze olimpiadi. Viveva nella Romania di Ceaușescu, nella dittatura comunista, e dopo essere diventata il più grande vanto propagandistico del regime, fu costretta a diventare la donna del terzogenito Ceaușescu. Rimase segregata in una villa, lontana da tutto per anni, sempre sottoposta a ripetute violenze da parte del marito, tentò di uccidersi inghiottendo candeggina. Finché non riuscì a scappare, con degli amici, tre settimane prima della rivoluzione. Arrivò negli Stati Uniti ma anche il suo amante si rivelò un violento e lei scappò a Montreal, da amici, per non tornare più. Lui le rubò tutti i soldi. Lei dovette ricominciare, da capo, finalmente libera. Ma forse, a pensarci bene, lei lo era sempre stata”.

Il monologo di Scanzi si conclude con la storia del più grande pugile di tutti i tempi, Muhammad Alì. “Buttò via la sua carriera all’apice della sua forza, quando decise di non andare a combattere in Vietnam – spiega Scanzi – Disse di no perché non voleva combattere contro chi non gli aveva fatto nulla di male, per conto dei bianchi che lo chiamavano negro. Venne squalificato per quattro anni. Quando tornò non era più lui, non era l’atleta rapido come una farfalla che ballava sul ring. Ma riuscì, a fatica ad arrivare alla finale dei pesi massimi. E fece due cose rivoluzionarie: esercitò sistematica pressione psicologica sull’avversario, lo prese in giro e convinse l’Africa a tifare per lui. E non potendo più danzare, Alì diventò il più grande incassatore di tutti i tempi e con pazienza, vinse l’incontro e si aggiudicò il titolo. Gli ultimi anni poi furono difficili, è stato terribile vederlo combattere e soffrire a causa di una malattia che probabilmente non gli avevano neppure comunicato. Terribile, ma lo stesso, con lui, era tutto molto bello”.

 

 

4 maggio 2017
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