ROVIGORACCONTA 2017 Presentato agli alunni dell’istituto De Amicis il reportage sulla guerra in Afganistan “Storia di una pallottola” di Emergency, curato dal giornalista Christian Elia

Quella guerra lontana che ci tocca da vicino

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In Accademia dei Concordi gli alunni dell’istituto De Amicis di Rovigo hanno potuto conoscere il format Storia di una pallottola, curato da Christian Elia, che ha scelto punti di vista diversi per raccontare la guerra oggi in Afghanistan: in primis quelli di chi ha vissuto gli ultimi 15 anni di guerra in pronto soccorso e in sala operatoria



Rovigo - A Kabul ci sono persone che hanno sogni e speranze, che studiano e lavorano per dare un contributo al loro paese. Un paese in guerra. I giovani studenti dell’istituto De Amicis di Rovigo grazie a Christian Elia, giornalista e direttore di Q Code Mag, curatore del reportage “Storia di una pallottola” di Emergency, sono stati “trasportati" in quel mondo, così distante da Rovigo dove si sta svolgendo in questi giorni la manifestazione Rovigoracconta, di cui l’incontro in questione è un evento programmato. 

Emergency ha aperto un centro chirurgico a Kabul nell’aprile del 2001. Un ex asilo bombardato, nel centro della città, è diventato il nucleo dell’ospedale aperto di Emergency per offrire assistenza chirurgica gratuita di elevata qualità. L’ospedale è oggi il più importante centro di chirurgia di guerra dell’Afganistan.

Attraverso un estratto del docufilm gli alunni hanno visto l’attività ed ascoltato le parole di un operatore di Emergency che da 15 anni vive nel pronto soccorso del centro clinico, tra immagini, dati e racconti raccolti in 35minuti. Il documentario, prodotto dai giornalisti Christian Elia e Angelo Miotto, si apre con un video narrato dalla voce di Valerio Mastandrea su un testo scritto dalla presidentessa di Emergency, Cecilia Strada. "Ogni anno battiamo un record di ricoveri rispetto all'anno precedente - racconta - Quattrocento ricoveri al mese. L'ospedale ha poco più di cento letti: vuol dire che ogni mese si svuota e si riempie quattro volte". 

Questo medico racconta la vita dei civili, vittime di guerra “che aspettano giorni in pessime condizioni prima di ricevere un nostro aiuto e delle cure. Si va dai bambini agli anziani, mi è capitato anche un feto di sette mesi morto perché alla madre era arrivata una pallottola in testa”. 

Pallottole che non risparmiano nessuno. La “guerra” è anche una bambina di sette anni con una pallottola in testa, in Afghanistan. Non è la prima e non sarà l’ultima: dopo quindici anni di guerra, i medici che lavorano all’ospedale evidenziano come “questa sta diventando uno stato cronico - spiega il medico - ed il futuro non è così brillante. La speranza che avevamo avuto negli anni 2002-2003-2004 è ormai svanita”.

Questo medico che ha cercato di curare la bambina - nel reportage - ha osservato quella pallottola e si è domandato se non si poteva fare niente per fermarla, prima che finisse lì, chi le ha sparato, chi l’ha comprata e chi l’ha venduta? Il viaggio di quella pallottola è stato quindi uno spunto per allargare lo sguardo alla spirale della guerra, alle sue dinamiche e alle sue responsabilità. 

I ragazzi dopo aver visto alcuni spezzoni del docufilm uscito circa un anno e mezzo fa, dopo un lavoro di sei mesi, di cui quattro mesi proprio a Kabul, assieme ad Elia ed alcuni volontari di Emergency, sono stati suddivisi in gruppi e hanno potuto scrivere domande, pensieri, o ricostruire la storia di quella pallottola.

Elia ha raccontato le sensazioni che ha vissuto nei mesi di viaggio: “Il lato negativo è che con questo reportage ho visto, sentito e percepito la disillusione delle persone che ormai non vedono alcuna speranza nella conclusione della guerra, il lato positivo invece è che comunque nonostante questo si tiene duro. Esempio ne è lo studente intervistato, che si è salvato gettandosi dalla finestra dell’American University che ha subito un duro attacco, che ha pensato subito a ritornare a scuola dopo essersi rimesso in sesto. Ho visto un paese dove la violenza si sta diffondendo, dai rapimenti alla criminalità più comune. L’errore più grande che si fa è pensare che questa guerra non ci riguardi, ci arriva in casa in forma di attentati, accoglienza di profughi. Chi vuole cambiare davvero tutto questo deve cominciare a lavorare lì, si deve cominciare da dove abbiamo portato la guerra e ce ne dobbiamo assumere la responsabilità”. 

5 maggio 2017
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