BABY PROSTITUTA MASSACRATA I giudici di Rovigo spiegano le motivazioni dell'ergastolo a Sergio Benazzo, di Crespino, e alla compagna Gianina Pistroescu, 42 anni, romena. Ma pare ci sia chi, peggio di loro, non è mai finito a processo

Le bestie peggiori di tutte l'hanno fatta franca

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In due sono stati condannati all'ergastolo: Sergio Benazzo, 42 anni, di Crespino, e la compagna e coetanea romena Gianina Pistroescu. Entrambi sono ritenuti colpevoli dell'omicidio di Paula Burci, giovane prostituta appena maggiorenne massacrata in un momento imprecisato tra il 16 febbraio e i primi di marzo del 2008, il cui cadavere venne ritrovato il 24 marzo sull'argine del Po a Zocca, nel Ferrarese. La condanna è stata inflitta dalla Corte di Assise di Rovigo lo scorso 8 febbraio (LEGGI ARTICOLO), dopo che due precedenti condanne all'ergastolo, della Corte di Assise di Ferrara e della Corte di Assise di Appello di Bologna, erano state annullate dalla Cassazione, che aveva indicato la competenza territoriale del Tribunale di Rovigo


 

Rovigo - Le difese annunciano appello a Venezia, ma intanto, dalle motivazioni dell'ergastolo inflitto l'8 febbraio scorso a Sergio Benazzo, 42 anni, di Crespino, e alla compagna e coetanea romena Gianina Pistroescu, chiamati a rispondere del pestaggio mortale ai danni di Paula Burci, prostituta di 18 anni portata in Italia per farla prostituire, emerge confermato un sentore che sempre ha aleggiato sul processo: le vere bestie, gli elementi davvero feroci e cattivi - più degli imputati poi condannati - non sono mai stati individuati. Sospetti, al massimo, ma nulla più. L'hanno fatta franca, in parole povere.

Lo confermano tutte le motivazioni della sentenza di condanna all'ergastolo, a partire dal movente: Paula fu ammazzata, secondo questa ricostruzione, perché Benazzo e Pistroescu, che la sfruttavano, a un certo punto dovettero cederla a una banda dalla quale loro stessi erano spaventati, tanto da considerare uno di loro, italiano un "mafioso". A monte di tutto ci sarebbe stato un debito da parte di Benazzo, onorato cedendo la ragazza alla banda, che avrebbe gravitato attorno a una struttura ricettiva del Medio Polesine che, dietro questa facciata, gestiva una attività di prostituzione.

Burci sarebbe scappata, dicendo che non voleva più battere per loro, né drogarsi, come la costringevano a fare - l'assunzione di droga venne confermata dall'esame di quel che restava del corpo - e aveva intenzione di tornare in Romania.

Questa fase viene ricostruita da una romena che, detenuta per un periodo nello stesso carcere di Pistroescu, a Craiova, in Romania, sarebbe venuta in contatto con lei, che le aveva domandato aiuto, nell'imminenza dell'interrogatorio per rogatoria da parte dell'autorità giudiziaria italiana. Questa detenuta, infatti, in carcere per crimini finanziari, era molto più istruita della media e veniva spesso consultata per consigli e aiuti.

La detenuta avrebbe deciso di raccogliere le confidenze di Pistroescu per poi riferirle alla magistratura - vuoi per senso di giustizia, vuoi per la speranza di ottenere benefici per questo tipo di delazioni, previsti dalla normativa romena - come in effetti fatto.

La scena dell'omicidio viene quindi ricostruita dalla Corte di Assise presieduta dal giudice Pietro Mondaini esattamente sulla base di questo racconto. "Gianina e Sergio avevano cercato di convincere Paula  tornare dai loro amici, poiché in caso contrario avrebbero avuto dei guai, trattandosi di mafiosi. Questi ultimi avevano telefonato chiedendo la restituzione della ragazza, quindi si erano presentati a Villadose, a casa di Sergio, e avevano picchiato la ragazza fino a  farla svenire".

"Anche Gianina e Sergio - proseguono le motivazioni della sentenza - avevano partecipato, picchiando la ragazza anche con un martello". Il capo di imputazione ipotizza che Pistroescu tenesse ferma la ragazza, mentre Benazzo partecipava.

Da questa descrizione è comunque evidente come i veri responsabili dell'omicidio siano i componenti del secondo gruppo, formato da italiani, marocchini e albanesi. Nessuno dei quali è mai finito a processo, nonostante la possibile identità di almeno uno di loro emerga con chiarezza in atti. E' stato anche ascoltato, ma non è stato possibile incastrarlo. E, come lui, nessun altro componente di questo gruppo".

Una ricostruzione che le difese, l'avvocato Francesca Martinolli di Adria per Benazzo, l'avvocato Rocco Marsiglia di Roma per Pistroescu, attaccano, annunciando appello.

"Se la sentenza dei Giudici di Ferrara lasciava molto a desiderare - attacca Marsiglia - quella emessa dai giudici di Rovigo è riuscita nell'impresa di far  addirittura peggio; invero, il silenzio dei giudici rodigini sulle innumerevoli questioni sollevate dalle difese è stato, per certi versi, ancora più assordante. Peccato, perché quei Giudici avevano la possibilità di riscrivere le pagine più controverse di  questa  triste vicenda, a  cominciare dal modo utilizzato dagli inquirenti estensi nella raccolta dei dati investigativi, messi poi a  disposizione delle difese in modo tutt'altro che esaustivo".

"La verità è  che  quei Giudici hanno sempre percepito questo processo  come una sorta di 'seccatura', di 'penitenza' da espiare, neanche fossero stati i destinatari del  sonoro  ceffone dato dalla Corte di Cassazione in relazione a  quel 'ciclopico  abbaglio' preso in relazione alla competenza per territorio, in poche parole di un qualcosa di cui sbarazzarsi prima possibile.
Prova ne è il fatto che i due imputati sono stati condannati non solo per il reato di omicidio, ma  anche per  quello di soppressione di cadavere; peccato però che  quest'ultimo reato, al momento della lettura del dispositivo, fosse già prescritto, e sarebbe bastato un semplice calcolo aritmetico per  rendersi conto di ciò. E  questo la dice lunga sulla 'fretta'  dei Giudici rodigini di liberarsi di  quella 'fastidiosa patata bollente'.
Speriamo solo di trovare a Venezia dei Giudici  che, scevri da pregiudizi, siano  desiderosi di andare davvero a fondo sulle numerosissime criticità evidenziate dalle difese".

Al di là delle schermaglie legali, resta un dato chiaro: parte degli omicidi non sono mai stati portati a processo. E sono i peggiori.

15 maggio 2017
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