ELEZIONI POLITICHE 2018 Il sindaco di Rovigo non abbandona il comune capoluogo per il Parlamento, manca la candidatura da parte della Lega Nord

A disposizione di Matteo, ma il Capitano non imbarca Massimo Bergamin

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Il sindaco di Rovigo non ha alcun biglietto per Roma nell’anno in cui la Lega Nord rischia di fare cappotto degli avversari politici soprattutto in Veneto. Il trascorrere dei giorni ha tolto anche la possibilità di venire candidato direttamente dal federale di Matteo Salvini nei 20 giorni disponibili prima di dover ritirare le dimissioni da sindaco. Che cosa abbia prodotto la mancata chiamata del partito a Bergamin sono una serie di piccoli eventi che lo hanno portato, addirittura, alle dimissioni dalla Lega Nord a fine 2015


 
 
Rovigo – Massimo Bergamin non andrà a Roma, non per sua scelta, ma per la mancanza di una candidatura concreta. Avrebbe potuto dimettersi entro il 5 gennaio e provare una forzatura con il partito, in cerca di un “posto al sole” anche se Bergamin non ha ancora maturato i 5 anni di militanza richiesti dalla Lega Nord, e molto probabilmente, visto l’investimento mediatico fatto su di lui da via Bellerio, una deroga l’avrebbe ricevuta senza grossi problemi.
Fosse stato vero che tra Bergamin ed il segretario federale Matteo Salvini vi sarebbe un idillio in corso non si spiega come mai un sindaco amato come Bergamin non sia stato chiamato a fare il parlamentare.
 
Proprio perché ancora in carica come sindaco, per Bergamin il film finisce qui, ed il miracolo non sembra essere contemplato dal legislatore che recita: ”Nell’ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere rispetto alla scadenza quinquennale, la causa di ineleggibilità fra la carica di Sindaco e quella di Deputato e Senatore non ha effetto se la funzione cessa entro i 7 giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto di scioglimento delle Camere nella Gazzetta Ufficiale (T.U. 361, art.7, ultimo comma)”. Questo è quanto prevede tra le disposizioni per l’elezione degli organi degli enti locali, art. 8) relativamente alle “Indicazioni generali in materia di candidatura dei sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20mila abitanti”. Il decreto del Presidente della Repubblica di indizione dei comizi è del 28 dicembre 2017, il n. 209, pubblicato in Gazzetta Ufficiale con il numero 17G00229 Serie generale n.302 del 29-12-2017 così come l’entrata in vigore del provvedimento.
 
La scusa di dover lasciare l’unico comune capoluogo del Veneto in mano agli alleati di Forza Italia è debole e tiene quanto lo scioglimento della neve al sole, non è mistero infatti (LEGGI ARTICOLO) che il ruolo di vicesindaco sarebbe dovuto spettare ad una forzista che già aveva chiesto di iscriversi alla Lega Nord, attualmente vicinissima al primo cittadino eletto, che però non ha mai avuto il coraggio, politico, di tagliare la testa al suo assessore Ezio Conchi per la concreta paura di perdere la maggioranza di mano. Con Bergamin a Roma, e Rovigo affidato alla fedelissima Cristina Folchini, la Lega Nord avrebbe rafforzato tutto il movimento polesano anche se “perdendo” di facciata il governo del capoluogo, assicurato comunque da una maggioranza consiliare a trazione leghista con 10 consiglieri, sulla carta.
 
Ma come si è arrivato a tutto ciò? Come ha fatto il Polesine a perdere l’occasione di poter essere rappresentato a Roma dal sindaco del comune capoluogo, abitualmente chiamato in causa dalla televisione nazionale sui più diversi temi dalla sicurezza, dal sociale, dall’immigrazione, al lavoro?
 
Andava tutto bene fino a quando a fine 2015 Bergamin è andato in escandescenze e per accelerare la cacciata di Antonello Contiero diede le dimissioni dalla Lega Nord comunicandole sia al provinciale (Cristiano Corazzari) ed al nazionale (Gianpaolo Dozzo) ventilando una maggioranza trasversale in aula garantita da parte della maggioranza, Movimento 5 stelle e probabilmente una parte del Pd. La Lega Nord, pur di non perdere un comune capoluogo, lo accontentò e lui ritirò le dimissioni anche perché Contiero sul territorio non aveva più grande seguito. In quella occasione il partito di Bergamin ebbe modo di comprendere, se ve ne fosse stato bisogno, la spregiudicatezza del sindaco eletto.
Da allora è stata poi una serie di risultati politicamente negativi a mettere la pietra tombale alla intesa tra Salvini e Bergamin.
La questione Anci per esempio, l’adesione alla quota Sprar per gli immigrati del comune capoluogo, la mancata lotta contro la nascita di nuovi centri commerciali, l’osservare inerme il decadimento del centro storico (proprio quel centro carico delle tradizioni che la Lega proclama di voler tutelare e difendere contro la grande distribuzione e le multinazionali). I risultati sulla politica provinciale del capoluogo sono al giudizio di tutti: mancate adesioni agli appelli di Bergamin, vedi questioni rifiuti, sanità, Consvipo, con risultati da oltre 40 sindaci contro, e rappresentanza nelle partecipate provinciali quasi pari a zero.
 
Al di là di tutto, il Polesine potrebbe essere per esempio un territorio ostile alla Lega Nord e non contrario a Bergamin, il motivo per cui a Roma il primo cittadino andrà per vacanza o per assistere tra il pubblico alle sedute della Camera probabilmente tanto ambite è un motivo tutto del Carroccio.
Bergamin si definisce un salviniano, ma quando ci sono state le primarie per la segreteria federale ha regalato al Matteo nazionale il peggior risultato di tutto il Veneto (LEGGI ARTICOLO), e con il referendum per l’autonomia della Regione Veneto non è nemmeno stato raggiunto il quorum.

Si parla, in entrambi i casi, dell’unico capoluogo veneto guidato da un sindaco della Lega Nord. Se i risultati sono questi, si capisce anche come mai Salvini, dal palco di Pontida, abbia preferito far parlare una sindaca donna piuttosto che l’amico Massimo Bergamin, che aveva invece raggiunto il “sacro prato” con ambizioni ed aspettative completamente diverse.

6 gennaio 2018




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