IL CASO A PORTO VIRO (ROVIGO) La pubblica accusa aveva domandato l'assoluzione, ma padre e figlio finiscono condannati perché il manufatto storico sarebbe finito in un giardino privato

"La ringhiera del monumento finita in un giardino": due condanne

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E' arrivato a sentenza un processo che aveva vissuto la sua ultima udienza a novembre scorso (LEGGI ARTICOLO), incentrato su una vicenda che, a Porto Viro, aveva suscitato perplessità e polemiche. Ora, senza dubbio, il processo si sposterà in Appello. Padre e figlio condannati: a due anni, il primo, nove mesi, il secondo

Porto Viro (Ro)  - La pubblica accusa aveva domandato l'assoluzione, ma la parte civile, rappresentata dall’avvocato Gianfranco Munari, si era battuta per la condanna dei due imputati, tanto che così è stato. Il giudice di primo grado commina ma alla fine due condanne, nel processo aperto su una vicenda piuttosto complessa: la presunta "scomparsa" della ringhiera in ferro battuto del Monumento ai Caduti di Piazza Matteotti, che sarebbe poi "riapparsa", perlomeno secondo la ricostruzione dell'accusa, in una abitazione privata.
 

Si trovavano imputati nel procedimento padre e figlio, A. G. e A. G., difesi dall'avvocato Paola Malasoma di Rovigo. Al primo viene contestato il peculato, al secondo la ricettazione e la violazione dei sigilli. Il tutto in relazione alla presunta appropriazione della ringhiera che, secondo il capo di imputazione, dal 1924 agli anni Novanta cingeva il monumento ai Caduti della prima guerra mondiale che si trova in piazza Matteotti a Porto Viro.

Secondo quanto ipotizzato dall'accusa in pratica il padre, che è stato anche responsabile del settore Manutenzione e magazzini del Comune di Porto Viro, si sarebbe appropriato della recinzione, prelevandola dal magazzino comunale noto anche come ex caserma della Finanza. La recinzione sarebbe stata poi installata a casa del figlio, che ad aprile del 2014, sempre secondo questa tesi, avrebbe pure rimosso i sigilli del bene per il quale era stato nominato custode giudiziale.

Sin qui le contestazioni. Che lasciavano però spazio ad alcune perplessità, secondo la difesa. In particolare, nel corso del dibattimento, la difesa aveva sottolineato che dagli anni Venti agli anni Novanta non c'è stata una unica ringhiera a proteggere quel monumento. C'è stato almeno un restyling completo, documentato fotograficamente dalla difesa: nelle immagini degli anni Settanta si vede con chiarezza la recinzione non è più quella originaria. Negli anni '90 poi anche questa seconda recinzione è stata rimossa: per chi lo guarda ora il monumento appare privo di ostacoli, calato nella piazza senza barriere.

Non solo: nessuno, secondo questa impostazione, aveva ribadito la difesa, sa dove sia finita, dopo il restauro, la ringhiera. O, meglio, le ringhiere. Non ci sarebbero agli atti documenti, immagini, certificazioni. Lo stesso personale del Comune sentito in sede di indagini non avrebbe saputo dare certezze in questo senso. Tutte argomentazioni che secondo la difesa avrebbero consentito di emettere una sentenza di non luogo a procedere in sede di udienza preliminare.

La discussione del processo è arrivata nella giornata di giovedì 1° febbraio, quando la stessa pubblica accusa ha domandato l'assoluzione dei due imputati. Il Collegio, invece, ha letto una sentenza di condanna a due anni, sospesi, per il padre, e di nove mesi, sospesi, per il figlio. Scontato l'appello della difesa. Alla parte civile per il Comune di Porto Viro, è andato un risarcimento di 3mila euro.

 

1 febbraio 2018
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