TEATRO SOCIALE ROVIGO Terzo appuntamento con la Stagione Lirica venerdì 16 febbraio alle 20.30 e domenica 18 alle 16: in scena, dopo 6 anni, la Traviata di Giuseppe Verdi, con la regia di Alessio Pizzech

La Traviata tra destino e storia 

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Un grande appuntamento con la Stagione Lirica del Teatro Sociale di Rovigo che venerdì 16 febbraio alle 20.30 vede in scena il suo terzo spettacolo, “La Traviata” di Giuseppe Verdi, dopo sei anni dall’ultima messa in scena dell’opera nel teatro rodigino. Protagonisti sono Gilda Fiume, nel ruolo di Violetta, Leonardo Cortellazzi, Alfredo, Francesco Landolfi, Germont. Maestro concertatore e direttore dell’orchestra Filarmonia Veneta è Francesco Ommassini


 

Rovigo – “Uno spettacolo fatto di intimismo, vibrazioni emotive, sguardi intensi che si dipanano in un mondo di apparizioni, frammenti laceranti di un universo di corpi e voci, al quale Violetta non appartiene più”, sono le parole del regista, Alessio Pizzech, che porta in scena, a Teatro Sociale, una Traviata carica di storia, ambientata nel 1850, con una forma di contemporaneità legata all’interpretazione, alla visione della malattia e della morte di Violetta, più che all’allestimento scenico che, nell’idea del regista, doveva rendere l’opera più riconoscibile possibile. L’opera del regista è già andata in scena a Treviso e Ferrara. In scena, le scenografie realizzate dal laboratorio del teatro Sociale di Rovigo. Il ruolo della protagonista è affidato da Gilda Fiume e quello di Alfredo a Leonardo Cortellazzi, mentre è Germont Francesco Landolfi. L’orchestra è la Filarmonia veneta, scenografie e costumi di Davide Amadei.

“La mia ricerca sul mondo Verdiano dopo gli allestimenti che ho curato di Rigoletto approda adesso alla mia terza Traviata in un solo anno e la stimolo creativo è sempre quello di andare ad esplorare l’essenza del racconto attraverso una sottrazione di tutti quegli elementi narrativi che spesso appartengono solo ad una tradizione della rappresentazione e che impediscono però un racconto lucido di un’opera così potente come Traviata”, spiega il regista. “Storia anche questa di ultimi, di uomini e donne che sono eroi nel loro essere ai margini del mondo, del loro essere dentro e fuori, nello stesso momento, all’ordine sociale. Donne e uomini che diventano eroi di un sacrificio di sé stessi, alla ricerca di un amore che possa completare una mancanza profonda. Violetta è così metafora di una diversità, di una mostruosità che il mondo non riconosce ma semplicemente utilizza per il proprio piacere”.

“Charles Dickens riferì che quando nel 1847 la Duplessis morì, Parigi la celebrò quanto una Giovanna d’Arco. Nei pochi anni della sua giovinezza, Marie fu una “lorette” al centro della mondanità parigina. Anche la “pruderie” borghese si sentiva attratta da questa affascinante cortigiana, e da subito ne eternò il ricordo attraverso la letteratura, il teatro e la musica. Armando l’aveva lasciata con un addio cieco di gelosia, ma, pentito, volle rivederla ancora una volta e riuscì a far riesumare la salma della sua Margherita. Quando Alexandre Dumas Figlio riscrisse questa storia quasi autobiografica, non più in un romanzo ma in un dramma teatrale, fece romanticamente morire Margherita tra le braccia del suo Armando come sarà poi per Violetta e Alfredo sulle note di Giuseppe Verdi”. 

“Amore e Morte” avrebbe voluto intitolare l’opera il compositore di Busseto, quasi che la vita della sua “Traviata” fosse segnata da queste due assolute condizioni, intense quanto ineluttabili. La vicenda di Violetta potrebbe essere raccontata dunque come un commiato alla vita, una cerimonia funebre, fastosa e ottocentesca, che progressivamente come una malattia sottrae il respiro, la luce e il futuro alla giovinezza. Violetta ne è consapevole e prova ormai fastidio per la folleggiante società che la vuole sempre libera e protagonista di feste che giocano a sovvertire i ruoli sociali: ormai però ai suoi occhi, quei brindisi, quei valzer, quelle mascherate o cortei del “bue grasso”, le paiono fastidiosi carnevali su un marmo tombale”.

“Teme la solitudine, il destino di ogni cortigiana quando la giovinezza verrà a sfiorire, e costantemente chiede alla cameriera Annina di accompagnarla maternamente in questo deserto esistenziale. Violetta cerca la sincerità e la trova nell’amore che improvvisamente la lega ad Alfredo, quel giovane di provincia trascinato suo malgrado nel tourbillon del demi-monde. Al suo confronto, tutti gli altri sfocano come ombre. Ma sulla felicità di Violetta incombe comunque il destino che, cupo come le convenzioni sociali borghesi, si presenta a lei incarnato da Germont. D’ora in poi il tempo accelera ineluttabilmente. Violetta tenta di scappare, umiliandosi prima di farsi umiliare e farsi ferire dal possessivo errore di Alfredo”. 

“È tardi: siamo al termine della vita di Violetta. Con rassegnazione, ella ha dato l’addio al suo passato, a tutti i ricordi che non le serviranno più come mobili destinati ad un’asta. Annina l’accompagna e la conforta nella nera solitudine finale, in un buio protettivo che irritanti echi carnevaleschi tentano di violare come lame di luce. Alfredo arriva al capezzale di Violetta per offrirle un ultimo sogno: la sua salute rifiorirà. Ma le camelie di cui si era sempre circondata, ormai la accolgono come in un candido giardino di corone di fiori in un solenne epilogo della vita”. 

12 febbraio 2018




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