TEATRO SOCIALE ROVIGO La Traviata del regista Alessio Pizzech e del direttore Francesco Ommassimi è andata in scena il 16 febbraio, replica domenica 18. Belle scene e regia curiosa, peccato che i protagonisti cantino a fil di voce

Una traviata sottovoce

Deltablues 2018

Dopo 6 anni La traviata torna al Sociale e presenta un aspetto che infastidisce non poco. L’opera è andata in scena a Rovigo il 16 febbraio, coprodotta da Teatri e Umanesimo latino, Fondazione teatro comunale di Ferrara, teatro sociale di Rovigo, e la collaborazione di opera studio del conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Il canto dei protagonisti per la maggior parte del tempo non è stato in voce piena, una precisa scelta registica, non condivisa da chi scrive



 

Rovigo - Prima di recensire lo spettacolo La Traviata andata in scena al Sociale il 16 febbraio 2018 è necessaria una premessa. Doverosa. Contrariamente alla maggior parte dei testi di prosa, il testo nell'opera lirica è cantato. Infatti l’opera lirica presenta un ampio repertorio di protagonisti malati, di ultimi respiri esalati, sul letto di morte o dopo colpi d’arma fatali, dopo righe e righe di musica che il “moribondo” canta. Le parole e la melodia, attraverso il canto, esprimono le emozioni. Nell’opera lirica il canto è protagonista. La voce trasmette l’anima del personaggio. Ora se succede, come è successo in questa Traviata del regista Alessio Pizzech e del maestro concertatore Francesco Ommassimi, che il canto quasi non c’è, perché la protagonista (Gilda Fiume), e con lei sono stati coinvolti per buona parte dell’opera anche gli altri protagonisti, Alfredo  (Leonardo Cortellazzi) e papà Germont (Francesco Landolfi), è malata moribonda fin dal preludio e perciò sussurra, canta sottovoce, quasi mormora per tre atti, chi scrive si chiede se ha senso proporre un’opera così, senza l’elemento principale, in virtù del fatto che il ruolo della persona malata, Violetta Valery ha la tisi, e perciò deve risultare senza fiato, morente, sputante sangue.

Sotto questo aspetto l’opinione sullo spettacolo è negativa senza appello. Non si possono presentare delle opere in questo modo. Alessio Pizzech, il regista, aveva anticipato l’intimismo, ma questo è stato qualcosa di più. E’ la morte del canto lirico. Senza contare il fastidio acustico all’ennesimo struggente filato dalle note gravi a quelle acute, senza la messa di voce: è stato come assistere ad una prova generale dove in protagonisti hanno scelto di non mettere i suoni in voce. Una scelta da non fare mai più, per registi e cantanti e direttori d’orchestra, tanto che si ometterà di scrivere qualche riga sui cantanti per non essere impietosi.

 

Canto a parte gli altri aspetti dello spettacoli sono stati notevoli. Le altre scelte registiche veramente curiose, si vede che Pizzech se ne intende, e sviscera il testo del libretto e le situazioni con molta creatività e innovazione, pur rimanendo fedele, anzi fedelissimo. Pizzech mette in luce tutto l’erotismo che l’opera racchiude nelle battute del libretto e l’ambientazione in un vero bordello d’alto rango dove i freni inibitori non si sa nemmeno cosa siano, fu questo che fece scalpore al debutto assoluto di Traviata nel 1853 a Venezia in una società non propriamente puritana: Violetta e Flora sono due prostitute che organizzano feste di gruppo, a tema, tra lussi e privilegi. Il rango della donna protagonista si capisce appieno subito, magari è anche una che alza facilmente il gomito. La bottiglia di prosecco è in mano a Violetta durante il duetto di conoscenza con Alfredo: seduzione, attrazione fisica, tanto che alla fine del “Libiamo” i due smaniamo carnalità incontenibile, “Libiamo ne i dolci fremiti che suscita l’amore”, ma la bottiglia rimane in mano.


Altro elemento sempre presente su cui si svolgono le azioni importanti è il letto matrimoniale, sostituito da un tavolo, o da un divanetto boudoir, su questi Violetta è spesso distesa, ma anche Alfredo vi si rifugia con facilità. Si capisce chiaramente che il letto è l’elemento naturale dei due protagonisti. E’ comico il momento in cui davanti alle richieste difficili di papà Germont, Violetta si rifugia a letto sotto il lenzuolo per proteggersi. Pizzech è davvero un tipo divertente perché nell’unico atto in cui si immagina che il letto non possa mancare, nel terzo, il letto non c’è, e invece Violetta si muove su una carrozzina per disabili, old style, si presume anni ‘850, “Addio del passato” viene sussurrata finché la preziosa Annina spinge la carrozzina. Anche Annina ha un ruolo curioso, sempre in scena con Violetta, la faccia contrita e struggente, con fazzoletti intrisi di sangue che porge alla padrona, o che mostra in maniera inquietante al pubblico in sala, nell’immaginario odierno una badante ucraina, definizione che calza a pennello e la cui paternità spetta all'amico Vittorio Rubello. Dopo tre atti così Annina un po’ stanca. Sempre Pizzech sottolinea come la malattia, culminante al terzo atto, allontani la fisicità erotica dei due amanti, tanto che Alfredo e Violetta sono sempre distanti, quando umanamente li si immaginerebbe vicini negli ultimi istanti di vita di lei.

 

Le scene di Davide Amadei trasudano lusso e bellezza, i colori sono volutamente forti e contrastanti tra loro, con il nero sempre presente a fare da testimone dell’imminente tragedia.

Belli i costumi, le maschere, i picador e tutto quello che ne segue.

Il grande tema dell’intimismo, che ha costretto i cantanti a non cantare in voce, ha coinvolto anche l’orchestra Filarmonia Veneta che ha seguito le indicazioni del direttore Ommassimi, pianissimi, sottovoce, piani da 5 p e via andare. Qualche spunto verdiamo c’è stato, ma veramente troppo pochi per esserne contenti.

Chi ha cantato davvero sono stati i comprimari di cui abbiamo potuto apprezzare il bel timbro di Flora, Valentina Corò, di Andrea Biscontin, nel ruolo del camerire, e quello di Luca Scapin in scena come domestico e commissario. Anche il coro Benedetto Marcello diretto da Francesco Erle non è dispiaciuto, suo malgrado, si presume, coinvolto in qualche momento “intimista”.

 

Alla fine gli applausi del pubblico sono arrivati, non esuberantissimi ma c’erano, in realtà, per chi scrive, anche qualche Buuuuu ci sarebbe stato bene.

 

Irene Lissandrin

18 febbraio 2018
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