STAGIONE LIRICA ROVIGO L’Italiana in Algeri in scena il 24 marzo per la regia di Stefano Vizioli, scene e costumi di Ugo Nespolo. Super Isabella Colaianni

Applausi scroscianti per l’opera che fa dimenticare la tristezza

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La stagione lirica del teatro Sociale chiude in bellezza. Regia “perfetta tra virtuosismo e rigore” di Vizioli, scene e costumi pieni di allegria di Nespolo, oltre alla musica di Rossini e le voci che sono un colpo di scena dietro l’altro. Il pubblico è rimasto entusiasta 



Rovigo - La trama dell’opera si ispira a un fatto di cronaca, la vicenda di una signora milanese, Antonietta Frappolli, rapita dai corsari nel 1805, portata nell'harem del Bey di Algeri e poi tornata in Italia. La sera di sabato 24 marzo 2018 al teatro Sociale di Rovigo è andata in scena “L’Italiana in Algeri” dramma giocoso in due atti di Angelo Anelli, musica di Gioachino Rossini. 

Il Bey di Algeri Mustafà brama una nuova moglie, possibilmente italiana. Mustafà è stanco di Elvira, moglie troppo tranquilla e sottomessa, ed incarica Hally, capitano dei suoi corsari, di cercargli un’ italiana di quelle che "dan martello e tanti cicisbei", insomma una moglie più pepata e volitiva. Per liberarsi di Elvira, decide di maritarla al suo giovane schiavo italiano Lindoro. 

Una burrasca getta una nave sulla riva, con Isabella, una giovane italiana che è in compagnia di un tutt'altro che corrisposto spasimante di nome Taddeo. Isabella viaggia in cerca di Lindoro, il fidanzato scomparso. Da Hally i due sono condotti al palazzo del Bey, e qui Isabella ritrova il suo Lindoro, tenuto come schiavo. Mustafà per sbarazzarsi della moglie, lo ha liberato, ingiungendogli di sposarsela lui e portarsela in Italia. Il Bey al veder l’italiana Isabella spasima per lei, che reagisce fingendo di corrisponderlo, con ciò guadagnandosi ogni dominio sul cuore di lui.

Così comincia con l'imporgli, addirittura, di non abbandonare la moglie, anzi di trattarla con ogni riguardo, e finisce inducendolo ad accettare un'immaginaria onorificenza italiana, quella dei Pappataci, spettante a chi di fronte a qualsiasi evenienza imperturbabilmente continui a "dormire, mangiare e bere" e a "vedere e non veder"; e alla burla riesce a far partecipare lo stesso Taddeo, lasciandogli credere che si faccia per amor suo.

Obbediente allora, durante una cerimonia dell'investitura il Bey si attiene alle regole prescritte, sì che i due, insieme con Taddeo consapevole ma rassegnato alla sua sorte, e con tutti gli schiavi italiani, possono tranquillamente imbarcarsi sotto i suoi occhi. A Mustafà non resta che tornare all'amore di Elvira.

Il destino singolare di quest’opera è che nata come tappabuchi in cartellone al teatro “Benedetto Marcello” di Venezia e andata in scena il 22 maggio 1813, ebbe un successo strepitoso. Il successo è affidato tutto alla musica e alle voci che ne sostengono la trama. A definire i personaggi contribuisce in modo determinante il ruolo vocale: Isabella è un mezzo soprano dai riflessi virili superbamente interpretato da Antonella Colaianni. Le sue "partenze" liriche, canore, si svolgono d'improvviso a scatti d'umore. E’ lei che esorta i compagni a rigar diritti per non fallire il colpo, lasciandosi guidare dal pensiero della "patria”. Lindoro bene interpretato da Diego Godoy è un tenore contraltino di tessitura acuta: invitante più alle impennate del giubilo che alle intimità della tenerezza. Mustafà, Alessandro Abis, è "buffo nobile" impegnato nella grande tecnica del belcanto con le sue terzine vocalizzate con gli accenni testardamente collocati su ogni nota per dirci la sua imbelle arroganza. Così Hally, Alex Martini, capo dei corsari, tenore di carattere, con la sua vocina sta dentro una melodia sillabica che è una pennellata straordinaria di carattere. 

Vicenda, personaggi e musica  compongono un’irrefrenabile esplosione di vitale allegria con scioglilingua ritmici, vertiginosi mulinelli di voci dentro un delirio di pura follia. Già Stendhal ascoltando l'Italiana aveva colto il senso di questa comicità: dichiarava di essere fuori di sé dall'entusiasmo ed affermava che questa musica "fa dimenticare tutta la tristezza del mondo".

Così alla fine l’applauso è scrosciato irrefrenabile. Il teatro applaudiva, oltre alle voci e alla musica, il gioco dei sipari, le grate, le tende, le luci, una regia perfetta, di Stefano Vizioli, che aveva permesso un equilibrio unico tra virtuosismo e rigore. Gli altri personaggi e gli interpreti sono stati Elvira Giulia Della Peruta, Zulma Caterina Poggini,
Taddeo Nicola Ziccardi, coro Ars Lyrica preparato da Marco Bargagna, orchestra Arché. Ha diretto tutti Francesco Pasqualetti. Scene e costumi  di Ugo Nespolo, scenografo assistente Emanuele Sinisi. 

Carlo Folchini

 

 


 
25 marzo 2018
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