Una domenica pomeriggio a Lendinara, cittadina dell'Altopolesine che ospita una chiesa ricca di gioeilli d'arte tra cui la Visitazione di Dosso Dossi: spiritualità e colore
La chiamano “piccola Atene del Polesine” e a ragione. Non rimane mai deluso chi entra a Lendinara. Ad accoglierlo sono i palazzi della nobiltà veneziana, i più antichi palazzi del periodo estense, le antiche prigioni, e le chiese, veri e propri scrigni di spiritualità e d’arte, come quella dedicata a San Biagio. Affacciata sull'Adigetto, ci dà il benvenuto con l’eleganza delle sue forme neoclassiche, le quattro colonne del pronao e il frontone decorato con ai vertici le statue. Notizie dell'esistenza a Lendinara di un oratorio dedicato a S. Biagio si hanno fin dal Duecento, quando vi era annesso il convento che gli Umiliati abbandonarono solo nel corso del XV secolo. Ordini monacali diversi si susseguirono fino alla fine del XVIII, quando la chiesa divenne arcipretale. Fu allora che si decise per una totale sistemazione dell’edificio al cui progetto oltre che l’architetto lendinarese Giacomo Baccari, collaborò anche Jappelli. L'interno dell'edificio, diviso in tre navate, è modulato dalle imponenti colonne che separano la navata centrale dalle laterali ed il coro del presbiterio. Si può considerare S. Biagio come la reinterpretazione data dal Baccari alla chiesa del Redentore del Palladio. Attraversando la navata non si può restare indifferenti alle splendide pale d’altare delle cappelle laterali. Ce n’è una più di altre che affascina l’occhio curioso di chi entra. Posizionata nel terzo altare della navata di destra è una luminosa e colorata “Visitazione”. Le cronache la descrivono qui fin dal 1815, donata dalla nobile famiglia lendinarese Conti. Molto della vicenda di questo olio su tela rimane avvolto nel mistero. Chi la comprò? come arrivò a Lendinara? quando fu composta? Delle tante domande rimaste irrisolte, una pare avere ottenuto la risposta definitiva: l’attribuzione al pittore ferrarese Giovanni Luteri, più noto come Dosso Dossi. Di lui, il biografo degli artisti del rinascimento Giorgio Vasari, nel 1568 scrisse: “Benché il cielo desse forma pittura nelle linee e la facesse conoscere per poesia muta, non restò egli però per tempo alcuno di congiugnere insieme la pittura e la poesia. Acciò che se l'una stesse muta, l'altra ragionasse, et il pennello con l'artifizio e co' gesti maravigliosi mostrasse quello che gli dettasse la penna e formasse nella pittura le invenzioni che se le convengono. E per questo insieme col dono che a Ferrara fecero i fati de la Natività del divino Messer Lodovico Ariosto, accompagnando la penna al pennello, volsero che e' nascesse ancora il Dosso pittore ferrarese; il quale, se bene non fu sí raro tra i pittori come lo Ariosto tra' poeti, fece pure molte cose nella arte, che da molti sono celebrate, et in Ferrara massimamente. Laonde meritò che il poeta, amico e domestico suo facesse di lui memoria onorata ne' chiarissimi scritti suoi”. Poco si sa della sua prima infanzia. Ma è certo che Giovanni Luteri fu uno degli artisti più apprezzati alla corte di Alfonso I ed Ercole II d’Este. Più noto per le sue pitture di fantasia e mitologiche, il ferrarese lascia alla città di Lendinara una testimonianza sublime della sua arte. Nella tela di San Biagio ci sono la ricchezza, la profondità e la luminosità che solo Dossi riusciva a dare al colore in forza, anche, dall’insegnamento di Tiziano, Giorgione e dei fiamminghi. C’è, inoltre, l’immediatezza del tratto compositivo che è propria di chi ama procedere per intuizione e senso dell’improvvisazione direttamente sulla tela. La costruzione simmetrica e salda della struttura rimanda ad un altro grande maestro del Dossi, Sebastiano del Piombo. Unica è la forza espressiva e la profondità psicologica dei volti dei protagonisti. Non volti idealizzati, ma ritratti con quel verismo schietto, che piace tanto a Dosso Dossi e che, a Lendinara mette in scena una conversazione tra due contadine padane, in un’atmosfera di intima quotidianità. Sullo sfondo, il paesaggio turrito, anticipato da due personaggi armati in abito rinascimentale, chiuso prospetticamente da una rovina classica, da cui esce la testa di un curioso e da una montagna, testimoniano l’estrosità del pittore che più di altri seppe interpretare il più grande genio creativo della letteratura del Rinascimento, l’Ariosto.
Lasciamo la chiesa di San Biagio con la voglia di tornare per tuffarci di nuovo nella spiritualità vivace delle sue opere d’arte e nella ricchezza dei racconti che le avvolgono.
Micol Andreasi