Rovigo Oggi

Il Polesine nel piatto: tra sapore e tradizione

TURISMO IN POLESINE Itinerario per una domenica diversa




L'arrivo dell'inverno stuzzica l'appetito. Il Polesine offre la possibilità di gustare piatti prelibati di ogni genere, perché la cultura passa anche attraverso il cibo



Le previsioni promettono un fine settimana di sole ma con temperature decisamente autunnali, come è giusto che sia a metà novembre. Il fatto è che, nebbia permettendo, c’eravamo abituati bene. Fino a qualche giorno fa, le passeggiate all’aperto erano un vero e proprio toccasana nel tempo libero. Mentre ci attrezziamo di giacche imbottite, la voglia di conoscere il Polesine ci stuzzica l’appetito. Chi l’ha detto, infatti, che la cultura e la conoscenza passano solo per le pagine stampate di un libro o per le sale di un museo? Non c’è niente di meglio per conoscere una realtà che assaporarne i piatti tipici. E in Polesine di piatti tipici ce ne sono in abbondanza. E c’è un numero significativo di ristoranti e agriturismi disseminati lungo tutto il territorio provinciale specializzati in tradizioni culinarie. Risi e bisi, risotto coi bruscandoli, pasta e fasoi, risotto alla cannarola, riso col pisto, maneghi: sono solo alcuni dei primi piatti che fanno la storia della cucina polesana. Anche per le carni, le possibilità sono innumerevoli. Dal cortile arrivano nel piatto: anatra, oca, fagiano, coniglio, faraona, pollo, tacchino. Dalle stalle: asini: buoi, cavalli, capre, pecore e ogni altro ben di Dio. Il più famoso è certamente il maiale, garanzia di sopravvivenza. Del maiale nulla era scartato. Fino a qualche anno fa, era possibile trovare in ogni osteria abbinato al ”goto” o “ombra” di vino uno stuzzichino a base di fegato cotto in padella con cipolla, mezzo uovo sodo, una cipollina sottaceto con un’acciughina adagiata sopra.
Con due confini naturali come l’Adige e il Po e con un mare ricco e pescoso come l’Adriatico, sulle nostre tavole il pesce non è mai mancato. I Polesani sono maestri nelle cotture alla griglia, negli intingoli fatti apposta per la regina di tutti i piatti: la polenta. E sapienti sono anche nelle frittate con “schile”(piccoli gamberetti), nei decantati bolliti dove canocchie, scampi, grancevole, uova di seppia, folpetti “bulli” (murice o garusoli) e gamberetti vengono conditi con olio, aceto e limone. Lo stoccafisso dalle nostre parti è sia in umido sia arrosto o “in frantona” cioè mantecato o alla“rovigota” bollito e scosso fra due piatti con olio aglio e prezzemolo. Nelle cucine del Delta non mancano mai le zuppe, i brodetti di pesce, i risotti di branzino, di scampi e cappesante. Per chi ama i fritti, sono imperdibili i bisantini o anguille passate nella farina gialla. Nella terra nota a livello nazionale per l’ortofrutta, non possono mancare gli ortaggi in cucina. In casseruola, in tegame con poco olio o burro, fritte o lessate, le verdure danno origine a piatti pregiati come la “sofegà” di patate e “ i fasoi in potacin”. A completamento di un buon pasto fuori casa a base di tradizione polesana stanno bene gli “sfuressi”. Sono una gamma infinita di ciambelle, paste frolle e torte. E’ famosa quella di San Biagio, protettore delle vie respiratorie , un impasto di pane, latte, uvetta, uova, zucchero e aromi che si portava a benedire prima di distribuire perché avrebbe preservato dai mali della gola per tutto l’anno . La ” pinza” con le patate dolci americane si addice alla stagione. Ma la focaccia con le mele, con le pere, con le ciliegie, con l’uva, con i fichi settembrini, con le noci e la ricotta e le castagne resta la più gettonata dai ristoratori. C’è in ogni piatto servito l’odore ed il sapore di una terra generosa, ma anche molto faticosa. Strappata a forza dall’acqua, grazie alle braccia ed alle gambe di molti uomini che a sera tornavano a casa, dalle loro mogli, dai figli e dalle madri.  Insieme, numerosi intorno al tavolo, si dividevano la polenta, parlavano di sogni e costruivano il futuro.

Micol Andreasi