Il museo etnografico di villa Boniotti lungo lo Scolo Valdentro a Fratta Polesine e il museo della corte di Cà Cappello a Porto Viro: due loughi situati ai capi estremi della provincia ma accomunati dalla stessa storia
E’ partita il 6 dicembre e si è conclusa sabato 13 la settimana dei beni culturali in Polesine. La provincia ha avuto a disposizione sette giorni per fare una scorpacciata d’arte, di cultura, di storia e tradizione propria di quella lingua di terra stretta tra i due fiumi più grandi d’Italia, nel sud del Veneto. Per l’occasione, i monumenti, le ville storiche, i musei erano gratuiti. Come da tradizione, il Fai ha promosso visite guidate all’interno delle ville più significative della provincia e per la città di Rovigo ha accompagnato numerosi visitatori alla scoperta delle bellezze architettoniche del Teatro sociale.
L’itinerario del nostro fine settimana vuole entrare nei luoghi della tradizione contadina. Sembrano passati secoli, eppure di quella società organizzata intorno alla vita nei campi, retta su famiglie numerose in cui ogni momento della giornata era fortemente ritualizzato, non è difficile trovare traccia o testimonianza qui o là nelle case dei nonni o di qualche amico. Più difficile è invece immergersi totalmente in quella civiltà, assaporarla fino in fondo, a meno ché non si decida di prendere la via per il museo etnografico di villa Boniotti lungo lo Scolo Valdentro a Fratta Polesine, o del museo della corte di Cà Cappello a Porto Viro. Si tratta di due architetture totalmente diverse, site ai due capi estremi della provincia, al cui interno, però, è conservata la stessa identica storia. E’ la storia dura e faticosa di chi ha saputo vincere le asperità di una terra non sempre generosa e accogliente, bonificandola, costruendovi strade, scuole, ospedali, negozi, trasformandola in un centro produttivo ricco e sviluppato. E’ la storia di tante famiglie che amavano condividere sogni e progetti attorno al focolare d’inverno o sull’aia d’estate mentre il grano si asciugava. Si raccontavano della fatica di portare a termine la loro casa in mattoni, di alzarla a due livelli, di allargare il camino, contraddistinto sempre dalla canna esterna. Progettavano l’istruzione per i figli ed un lavoro meno faticoso. E’ la storia delle donne al pozzo a lavare i panni di canapa; al forno per tirare la pasta per il pane. Un focolare, una cassa, un tavolo, una credenza, alcuni letti di foglie… era tutta qui dentro la vita dei polesani fino quasi alla fine degli anni Quaranta! Dalla cucina, vero fulcro della vita comunitaria della famiglia, unico spazio tiepido nei giorni invernali, alla camera da letto, il luogo più intimo ma anche il più freddo, con le sue lenzuola di canapa, le muneghe, le fogare e le bozze per scaldare il letto, l’armaron e gli orinai: dentro a palazzo Boniotto e alla Corte di Cà Cappello è possibile vedere tutto. Gli ambienti sono conservati e mostrati nella loro integrità, come se ancora oggi, a distanza di decenni, ci fosse ancora qualcuno ad abitarli e a riempirli di voci e di sogni. Accanto alla cucina ed alla camera da letto, altri spazi conservano gli attrezzi dei mestieri del falegname, del calzolaio, del maniscalco. Ci sono le aule scolastiche con i banchi di legno e c’è la chiesa, immancabile presenza di una società che dall’unità d’Italia, alla ricostruzione del dopo alluvione, provata dalla fatica quotidiana ha sempre mantenuto viva la speranza e la forza morale.
Micol Andreasi