Ute Lemper si esibisce a teatro nello spettacolo "Last tango in Berlin". Per un'ora e quaranta l'algida cantante tedesca intrattiene il pubblico con la propria voce calda e avvolgente
Rovigo - Il tango non mi piace. O meglio una certa idea che mi sono costruita del tango. Ovviamente, dal punto di vista estetico mi piacciono molto le ballerine; queste esili donne fasciate in lunghi abiti neri dai capelli corvini raccolti a chignon, donne che volteggiano su tacchi vertiginosi, che si muovono come pantere infuocate... non posso che restarne affascinata.
Ma gli uomini che ballano il tango, non mi piacciono. Sono tutti capelloni stivalati, che fa un po' country un po' burino, con tutto questo bettisbatti di tacchi che io, che ho spesso un cerchio alla testa, non posso mica sopportare, uomini dal vitino di vespa. No, no, per carità. I ballerini di tango con la rosa rossa in bocca mi ricordano Zorro, uno che a me personalmente non mi è mai stato simpatico. Però mi piacciono gli chansonnier, mi piacciono tanto le canzoni tristi, quelle francesi così disperate, quelle spagnole piene di accoltellamenti.
Nella mia seppur breve vita ho scopiazzato mille volte le parole di "Ne me quitte pas" al mio amore di turno per convincerlo dell'autenticità del mio inganno. Ho dedicato canzoni di Brel a chi mi faceva battere il cuore e ho lasciato molti amanti sulle noti di Ives Montand.
La solita retorica, insomma. C'è anche chi si dedica Battiato!
Ute Lemper la conoscevo, ho un vecchio disco in cui lei, bionda e algida, fa il verso a Marlene Dietrich (che però è anni luce più icona della Ute) e canta, con una voce calda e avvolgente, per quanto il tedesco mi infastidisca sempre un pochetto.
Non lo parlo il tedesco, non lo voglio parlare, la R marziale mi fa girare le scatole, tutta questa erlebnis mi ha sinceramente sfibrato, insomma, del tedesco accetto solo i canederli. Per quanto mi abbiano spiegato che sono altoatesini, la differenza epistemologica non credo sia fondamentale.
Ad ogni modo, Ute Lemper ha un nome che fa la sua figura. Barbara Codogno fa schifo, al confronto, no? Beh, la nostra algida teutonica porta in giro per il bel paese il suo nuovo spettacolo: “Last tango in Berlin” che è una vera e propria mazzata, un vero e proprio tour de force... perché solo una tedesca può stare a fauci spalancate emettendo acuti mostruosi per un'ora e quaranta minuti e non sudare nemmeno! Ve l'ho detto, a me i tedeschi mi impressionano, assai.
Bene, Ute canta tango di Buenos Aires ma molto Kurt Weill e Brecht, molto di Edith Piaf e Jacques Brel, Astor Piazzolla e anche Nino Rota.
Seduta sulle poltroncine del divano è uno spettacolo che ti fa soffrire, perché l'ambiente non si scalda: non si può condividere la poesia erotica e decadente di certe canzoni nate stonate, sotto l'effetto dell'alcool, del pianto, dell'ubriachezza.
Insomma, fossimo stati alle Folies Bergère, mi sarei appollaiata su di un tavolino, avrei ordinato i miei cocktail più duri (no, niente bloody mary, roba tosta stavolta) avrei fumato da un bocchino lunghissimo centinaia di sigarette e avrei pianto, mi sarei tolta le scarpe, avrei incespicato, mi sarei buttata con le braccia al collo al primo avventore danaroso che mi si fosse parato davanti.
Insomma, uno spettacolo che non si può vivere stando seduti in poltrona, con la vecchia in parte che scarta caramelle e scatarra come una tisica, o il signore che guarda continuamente l'orologio luminoso ogni due minuti perché: famosa Ute Lemper, sì, brava Ute Lemper, sì, ma insomma, quando finisce?
Però che bionda, ragazzi, Ute Lemper. Parla contemporaneamente tre lingue, mescolandole tutte insieme come fa la sorella di mia suocera, nata in Italia ma che ha vissuto in Venezuela, poi è andata in Australia a lavorare per una tv e adesso vive a Parigi con un venezuelano che però lavora in Germania.
Immaginatevi la conversazione che si può fare in tavola mentre cerchi che ti passino le patate: “Pommes de terre?” “No, stanno parlando tedesco!” “Kartoffeln?” “No, adesso parlano in inglese!” “Papas?” Sì, parlano spagnolo ma intanto le patate sono finite.
Per carità, io adoro lo spirito poliglotta, purché mi facciate bere, però.