Rovigo Oggi

Pulsa forte il cuore rossoblu del tre quarti chiamato Acciaio

RUGBY STORY Milto Baratella racconta la sua storia da rugbysta nei mitici anni quando la Rugby Rovigo vinceva gli scudetti




Felice, elettrizzato e gasato per Mattia, il nipotino che a giorni la nuora Cristiana darà alla luce, “Acciaio” Milto Baratella trascorre parte della giornata nello studio alle Granze di Arquà



Tecnigrafo e computer e disegni fanno bella mostra, alle pareti fotografie e i diplomi conquistati sul campo sembrano dire: “Quelli erano giorni: io c’ero”.
E aspettando la telefonata del figlio Paolo che gli comunichi la “lieta novella” , l’ingegnere ottantunenne parla della sua vita in rossoblu.
“Ero studente quanto fui avvicinato in piazza dal prof. Radicini  che mi volle al Tre Martiri. Il classico “coup de foudre” e fu così, un totale e improvviso coinvolgimento. Allora tutto era naif, oggi non si improvvisa nulla, si pianifica. Magari prendendo di qua e di là. Ai miei tempi nessuno veniva da fuori, si face va tutto in casa, giocatori, allenatori, dirigenti. L’importante è che avessero rodiginità, non come oggi. Vedere troppa gente da fuori mi piange il cuore. La tradizione, come l’inno dei Bersaglieri, è il condimento di ogni disciplina, se manca scadono i valori fondanti”.
A volte vengono a trovarlo i residenti, amici, Massimo Brunello e Andrea Scanavacca con i quali scambia idee e impressioni sul rugby d’oggi, diverso dal suo che viene ricordato da “quelli di un tempo” : “A dire il vero sono pochi, li conto sulle dita di una mano».
Gli annuari del rugby recitano: cinque titoli italiani vinti nel 50/51, 51/52,  52/53, 53/54 e 60/61, 11 campionati, 5 scudetti, 87 presenze, 84 punti segnati. Nel penultimo suo scudetto, all’Appiani di Padova, Milto frantumò le speranze del Garbuio Treviso piazzando il calcio decisivo dopo una maratona ad oltranza. Baratella sistemò l’ovale sul mucchietto di terra, non c’era il tie, e lo spedì tra i pali dopo 3 ore e 10 minuti.
Milto va a ruota libera e parla degli eventi fuori e dentro il campo. Ricorda i suoi trascorsi universitari quando negli anni cinquanta frequentava Padova. “Va bene lo studio, ma c’era anche il rugby, espressione di vita che mio permetteva di uscire dalla quotidianità. Era un modo per confrontarmi con gli altri”.
Icona del rugby polesano, tricolore ai tempi “del pane e cipolla”, Milto Baratella viveva la vita di provincia tra conoscenti con i quali amava intrattenersi suonando il pianoforte o esibendosi in giochi di prestigio.
Il giovane  estroverso studente di ingegneria (si laureerà anche in architettura), abitava in città coi genitori. “Frequentavo la facoltà di ingegneria, ma il rugby mi fece “perdere” tre anni di studio”.
Il padre, che faceva il sarto, dovette sopportare le passioni del giovane Milto che poi si laureò ripagando, con soddisfazioni in  campo verde e  professionale, la “tenuta” dei genitori.
I più bei momenti? “Giocare in prima squadra (secondo centro a fianco di Romano Bettarello di un anno più giovane), mi portò ad ottenere risultati insperati. Tanta era la mia autostima, mi sentivo forte come l’acciaio e i tifosi m diedero questo soprannome. Quello era un rugby romantico, come i campionati universitari di Merano. Ricordo quando fui costretto a “giocare”assieme a quelli del Petrarca (Toni Danieli che oggi in Cornovaglia e Matteo Silini che purtroppo ci ha lasciati. Ma finita la gara nessuno sconto agli odiati cugini”.
Artefice dei nuovi spogliatoi e della tribuna Est del Battaglini, ora intitolata a Isidoro Quaglio, Milto custodisce gelosamente i diplomi dei cinque scudetti conquistati nella fulgida carriera. “Sono parte della mia vita e osservando le foto “datate” alle pareti dello studio mi ritrovo in campo coi compagni di un tempo. Solo che sono rimasto l’unico a testimoniare Rovigo e il suo rugby. Guardo gli amici Romano Bettarello e Doro Quaglio e mi si stringe il cuore”.
Tasselli di una vita su e giù per i terreni di gioco, a correre e a sudare. “Magari poco. Non mi impegnavo più di, mi veniva tutto facile”. In nazionale non si accorsero del suo talento e lo trascurarono.
“In occasione di Italia Germania a Milano del 54/55, su tutti i giornali partivo titolare, poi alla consegna delle maglie il Ct Bubi Farinelli inspiegabilmente mi lasciò fuori dicendomi semplicemente “sei giovane, non mancherà un’altra occasione”. Allora il regolamento prevedeva a referto solo 15 giocatori e non c’era la panchina, ma tribuna. Peccato”.
Scanzonato, dal cuore d’oro, Milto ha sempre preso la vita senza subirla.
Appesi gli scarpini al chiodo è rimasto nell’ambiente. Come allenatore (due scudetti con la giovanile) e come direttore sportivo il che gli ha consentito di auscultare le pulsazione di quel rugby che ama ancora oggi. Si allenava quanto bastava, cioè poco, ma in campo dava il massimo.
“Altri tempi e pensando ad oggi non sarebbe possibile per i tanti allenamenti e la diversità del gioco”.
Ottimista di natura, Milto Baratella ringrazia la fortuna che gli ha consentito di emergere nello studio, nello sport e ne lavoro. E scusate se è poco!

Piergiorgio Callegari