Sulla questione della futura cartiera in altopolesine interviene Gianni Nonnato del Psi di Rovigo, secondo il quale gli insediamenti industriali dovrebbero seguire regole precise, come una visione di area vasta, la logica delle economie di scala, il risparmio di territorio e la prossimità di collegamenti infrastrutturali
Vale la pena infrastrutturare un'area più vocata all'agricoltura come potrebbe accadere a Castelnovo Bariano con l'insediamento della cartiera Pro-Gest?Fino a qualche tempo fa, in assenza di una pianificazione territoriale, si assisteva ad una serie di fenomeni che hanno negativamente caratterizzato il Polesine. Riassumo per schemi. Lo spontaneismo: ognuno “investiva” dove riteneva più vantaggioso per sé, indipendentemente dai costi, sociali ed infrastrutturali, che ne sarebbero conseguiti per tutti. La promiscuità: spesso il residenziale si mescolava con il produttivo creando situazioni di invivibilità (Cargil, Grimeca, Infun-for, ecc.). La disomogeneità: il commerciale doveva convivere con l’industriale, l’intermodale ed il logistico impedendo la specializzazione delle attività di servizio collegate. Il localismo: ogni comune doveva avere la propria area “industriale” senza che ciò fosse in armonia con una visione di area vasta, con la logica delle economie di scala, con il risparmio di territorio, con la prossimità di collegamenti infrastrutturali. Questo fenomeno ha prodotto anche in Polesine una coriandolizzazione del produttivo che ancor oggi sta pesantemente condizionando l’azione di riordino che dovrebbe essere compito del Ptcp. Quello che sta proponendo la cartiera Pro-Gest ha tutte le caratteristiche dei fenomeni citati. Per di più si somma al fenomeno del ricatto occupazionale: 350 posti di lavoro! Il sindaco di Ariano, ieri, e quello di Castelnovo Bariano, oggi, non si rendono conto che infrastrutturare un’area più vocata all’agricoltura, con il rischio di creare una cattedrale nel deserto, comporta un costo enorme in strade, elettrodotti, fognature, ponti, servizi materiali ed immateriali che saranno a carico di tutti. Perché allora non guardarsi attorno dove esistono già aree disponibili, infrastrutturate e collegate alle direttrici dello sviluppo per ospitare un intervento di quella portata, evitando, così, di distruggere aree più fragili e più vocate al primario? Questo non vuol dire: no agli investimenti! Ma renderli compatibili con un corretto e rispettoso governo del territorio e con la creazione di piattaforme organiche funzionalizzate e dotate di servizi efficienti. Quella dell’inceneritore è un’altra storia!Gianni Nonnato
Area pianificazione e urbanistica Psi