

Flores Tovo, filosofo rodigino, da 20 anni è docente di storia e filosofia al liceo scientifico cittadino “P.Paleocapa”. E' stato amministratore dell'Accademia dei Concordi, istituzione culturale per eccellenza della città, per 8 anni. Di filosofia ha scritto due libri, ma... li tiene per sé. Con questo articolo inizia “l'amicizia” con RovigoOggi.it.
Il filosofo Kierkegaard riteneva che la malattia mortale dell’uomo contemporaneo fosse la disperazione. Tale sentimento avvolge nella sua totalità il singolo individuo quando costui pretende di essere il fondamento di se stesso, ritenendo con superbia faustiana che qualsiasi azione possa essere giustificata dalla propria libera soggettività. Tuttavia ogni singolo uomo che aspira a trovare in sé le ragioni del proprio esistere viene poi a scontrarsi coi i suoi limiti strutturali. L’uomo, per quanto libero, possiede possibilità che saranno pur sempre di numero finito e inoltre viene ad accorgersi prima o dopo che la sua vita non può superare un confine che per lui è insormontabile e che è la propria morte. Del resto già nell’Ecclesiaste biblico si recitava la vanità della vanità. Tuttavia per quanto l’uomo moderno non creda più in niente e sia precipitato nella dimensione di un nichilismo passivo per cui egli si disperde nell’anonimato indifferenziato delle grandi metropoli, si può ritenere che la disperazione, che poi altro non è che lo smarrimento di sé, non sia la malattia dominante del nostro tempo.
Infatti se si pensa all’attuale ordine (o meglio disordine) mondiale si osserva che il centro di riferimento culturale ed esistenziale che caratterizza l’essere nella nostra epoca è dato dal connubio ormai inestricabile fra economia e tecnica. Tutte le campagne politiche o tutti i dibattiti in televisione o sui giornali vertono sempre su discorsi economici riguardanti il Pil, i mercati, la crescita, il deficit e il debito pubblici, l’occupazione e così via. La tecnica sta invece sullo sfondo quale strumento idoneo a procurare, grazie alle sue innovazioni, profitti sempre maggiori. Ecco perciò che ciò che domina il nostro esistere, e che coinvolge ormai tutti gli esseri viventi, animali compresi, è la volontà di potenza che si attua (la potenza aristotelicamente implica sempre l’atto) attraverso un operare tecnico posto al servizio di coloro che posseggono il dominio dell’economia. Una economia, quella capitalistica moderna, che è rivolta nella sua essenza verso un accrescimento illimitato della massa di denaro.
Ciò significa che la malattia mortale del nostro tempo non è la disperazione, che pure è fortemente sentita, ma l’avidità che è divenuta la vera cifra rivelativa del nostro mondo.
Nietzsche affermava che l’essenza di tutte le forme viventi, che è il ciò che è permanente nel fondamento, è appunto la volontà di potenza, cioè la volontà di autoaffermazione che pervade tutti gli enti, zanzare comprese. La volontà di potenza può assumere diversi aspetti e indirizzarsi verso molteplici vie. Essa può essere volontà di potenza creatrice di religioni o filosofie o arti, oppure di dominio politico, o anche, come nel caso del Don Giovanni, di godimento sessuale e così via. Le grandi epoche della storia hanno sicuramente coinciso con una volontà di potenza rivolta alla ricerca intellettuale, artistica o scientifica come nel mondo greco antico, nel Rinascimento o nell’Ottocento tedesco. Ebbene oggi tale volontà sembra che si sia ridotta semplicemente al dominio economico, ovvero verso una direzione totalmente materiale e quantitativa dell’esistere.
L’avidità impera.
Ma che cos’è codesta avidità in sé? Da un punto di vista etico essa è una avarizia passionale, che non si accontenta solo di possedere mantenendo alacremente i propri beni, ma che vuole anche i beni altrui, poiché non tollera che altri abbiano di più. Essa è una cupidigia irrefrenabile che si commista con l’invidia, in quanto non sopporta che altri siano più felici. A-vidità ed in-vidia derivano dal verbo latino videre (vedere) e il loro significato consiste allora nel non-voler-vedere (i suffissi a- e in- indicano privazione): non voler vedere che altri esser viventi posseggano un grado di vita superiore. Persino lo sterminio degli animali superiori come i rapaci, i felini, le balene sono causati da questa perversione umana.
Ma come essa ha potuto divenire la malattia mortale del nostro tempo? La risposta può essere cercata solo nell’ambito da cui essa è scaturita e cioè all’interno del modo di produzione vigente. La volontà di potenza dell’avidità, per quanto possa sembrare irrazionale, possiede in realtà una logica interna stringente ed implacabile: il ciclo dell’economia ha bisogno di far crescere i consumi e nello stesso tempo mira ad elevare i profitti. Per far ciò bisogna ridurre i costi, compresi gli stipendi (vedasi quelli attuali degli Italiani da 10 anni a questa parte). La riduzione del potere d’acquisto viene surrogata attraverso l’introduzione di merci a basso costo, provenienti dalla Cina, India, Bangla Desh, Serbia ed altri paesi poveri, ma pieni sempre più di gente, e inoltre i profitti verranno aumentati attraverso il credito. I capitali vengono così alimentati artificialmente attraverso le quotazioni sempre più alte nelle Borse. Ci sono aziende che sono quotate 60, 80 volte di più del loro bilancio. Così scoppia la bolla, dentro la quale vengono “bruciati” soldi mai esistiti, poiché del tutto scollegati col valore reale delle aziende come è successo nel 2008 e come succederà tra non molto, visto che nessuna regola nuova è stata introdotta.
E’ incredibile che dopo circa 7000 anni di storia l’umanità che si dice sia dotata di ragione non riesca a trovare il senso dell’equità e dell’equilibrio sociale.
Flores Tovo