Rovigo Oggi

"Cinque anni di opposizione non ci farebbero male"

LA RIFLESSIONE POLITICA ROVIGO Filippo Silvestri commenta le scelte di Matteo Renzi dopo le elezioni del 4 marzo ritenendo come serva rivedere l’intero progetto del Partito Democratico

Serve rivedere l’intero progetto del Partito Democratico con Matteo Renzi che non deve esserne necessariamente la guida secondo Filippo Silvestri, membro dell’assemblea nazionale del Pd che commenta gli esiti del Pd in Italia dopo le elezioni 

Rovigo - “Ancora una volta si rischia di sbagliare. Le dimissioni di Matteo Renzi, se l’assemblea nazionale non deciderà diversamente scegliendo un segretario traghettatore fino a naturale scadenza di mandato, rischiano di aprire l’ennesimo percorso congressuale vuoto e senza vere discussioni, volto a mobilitare i pochi e stanchi iscritti rischiando di causare più danni di quanti ne potrà risolvere”.

E’ il commento di Filippo Silvestri, membro dell’assemblea nazionale del Pd in merito alle scelte di Renzi dopo le elezioni del 4 marzo che ha visto il Partito perdere consensi dagli italiani. 
“A poco serve la promessa/minaccia di un’ennesima conta che finirà per dare sfogo alle pulsioni alla rivalsa e a qualche regolamento di conti locale di piccolo cabotaggio. - commenta - 
Abbiamo invece la necessità di un periodo di decantazione, in cui rivedere l’intero progetto del Partito Democratico, perché è chiaro che la Leadership di Renzi ormai è logora, anche a causa dei suoi errori e ad un irrisolto bisogno di revanchismo ormai da 15 mesi a questa parte”.

Secondo Silvestri il Partito democratico per risorgere non ha bisogno di cacciare o eliminare Renzi, su mandato di Di Maio o Brunetta, “ma ha bisogno di idee ed ispirazioni nuove. - spiega - La sfida dei prossimi mesi ed anni sarà quella di ripensare una sinistra moderna, né Blairiana né nostalgica del mondo antico pre terza via, capace di fornire risposte ad un mondo nuovo di promuovere lo sviluppo dei nuovi talenti e di proteggere e unire chi oggi non ce la fa. Il dato elettorale manifesta che il nostro partito ha perso il collegamento con il paese reale, non ci siamo accorti della rabbia montante verso le attese di cambiamento aimentate dallo stesso Renzi, che avendo ricevuto un affidamento di fiducia senza precedenti in passato è stato pesantemente punito.
Non abbiamo saputo veder un’Italia divisa in due. Non troviamo facili vie d’uscita, il Nord in cui ha trionfato la Lega (il cappotto subito sull’uninominale dovrebbe essere sufficiente a far dimettere sul serio il segretario regionale del Pd sconfitto nel suo collegio dopo aver promesso all’atto della sua elezione di essere un segretario a tempo pieno), non è diventato improvvisamente fascista, Le Penista, Sovranista, anti euro e anti Europa, ma è un territorio in cui dopo decenni di benessere, a seguito della crisi si è improvvisamente svegliato più povero e con meno certezze sul futuro, si è diffusa la sensazione che ricchezza e opportunità fossero a mala pena sufficienti e quindi dal bisogno di crescere ancora è passato al bisogno di conservare lo status quo ante”.

“Al Sud, invece, dove prevalgono i 5 stelle sembra affermarsi un voto di rabbia e ribellione di un territorio che offre poche opportunità anche a causa di una classe dirigente che lo ha depredato elettoralmente, alimentando clientele, deludendo molte speranze in passato e che oggi non è più in grado di esercitare né un vero potere né di poterne determinare la crescita e lo sviluppo. - continua - Entrambe le domande chiedono una risposta fatta di giustizia sociale e di uno sviluppo che sappia mettere al centro le persone. E’ di fronte a questo, e lo dico esprimendo un giudizio positivo sui governi Letta, Renzi e Gentiloni, che occorrerebbe la serenità e la serietà di aprire una fase nuova, di confronto, di approfondimento, di rigenerazione del partito democratico, a partire da ricette nuove basate su una nuova connessione con il paese e molta attenzione al mondo dell’impresa e alla politica internazionale ed europea”.

“Certo, credo che Renzi di questo processo debba far parte ma non debba esserne necessariamente la guida, che per sua natura deve essere inclusiva, innovativa e rispettosa di tutti. Non so se in tutto questo avrà senso appoggiare un governo o stare all’opposizione, visto come è andata, non può deciderlo un segretario dimissionario, né un singolo, dovrebbe essere la direzione a decidere sulla base delle proposte che emergeranno dalle forze maggiori, e dalle indicazioni del presidente della repubblica. Penso che 5 anni, ammesso che siano tali, di opposizione non ci faranno male, - conclude - ma occorre aver chiaro davanti agli occhi che il prezzo da pagare per questa scelta aprioristica potrebbe essere molto alto per il nostro Paese specie oggi che vi è ancora più bisogno di integrazione e politiche Europee in una stagione in cui crescono le tensioni sul pacifico, una nuova bolla speculativa che sta per esplodere e gli Usa che sembrano aver perso la loro funzione di faro geopolitico portandoci, potenzialmente, sull’orlo di una guerra commerciale”.
13 marzo 2018