RUGBY ROVIGO SUPER 10 Alberto Gambato analizza il match di semifinale della Femi-Cz con il Viadana

Parabola Rossoblu

German Bustos
Pablo Calanchini
Stefan Basson
Juan Cruz Legora
Stefan Basson
Andrea Scanavacca
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La conquista della semifinale di Coppa Italia, l’ultimo posto nel girone di Challenge Cup brillantemente evitato e l’accesso ai playoff sono il risultato di una stagione da incorniciare



Rovigo - Maurizio, a ridosso della balconata, tiene tra le mani la testa fradicia di sudore. Poco più in là, mentre il terribile baby-trio Bacchetti-De Marchi-Favaro sincronizza un crollo al suolo con successiva crisi di pianto, Mahoney orchestra claudicante ed inconsapevole l’invasione di campo lenta ed amorevole del migliaio polesano, dagli scalini della tribuna opposta. Le facce stravolte di fatica del popolo in rosso e blu macchiano inesorabilmente il terreno dello “Zaffanella” nel volgere di pochi istanti, impedendo di individuare su di esso i giocatori della Femi-Cz.
L’ultima notte del Rovigo 2008/09 del ‘poker di B’ (Brunello, Beda, Paolo e Flaviano Brizzante) inizia con questo movimento; istintivo, collettivo, non programmato, ma terribilmente ipotizzabile. E’ il moto - impietosamente negato dal ferreo palinsesto di RaiSport Più - della città ritornata in mischia nel breve volgere di due stagioni e capace di conquistare uno scudetto ‘virtuale’ che non potrà essere difeso se, come dicono i più, non sarà dato seguito al progetto tecnico dell’ex-estremo arquatese.
La semifinale di ritorno si sostanzia in 80’ che diventano così archetipo di una stagione, per un Rovigo allo “Zaffanella” senza timori reverenziali, che sfrutta al massimo le proprie armi, tentando di occultare il più possibile i punti deboli, ma venendo tradito dalla propria gioventù. Chiaro il tentativo di garantirsi palle giocabili da rimessa laterale attraverso i cinque saltatori schierati dal 1’, aggredendo gli avversari sulle ruck e nell’1 vs 1, sporcando possessi in touche e con gli up&under a procacciare palloni di recupero. Tenere il punteggio basso, giocando poi nel secondo tempo le tre carte di aggressività e rapidità presenti in panchina: De Marchi, Favaro e Sanchez.
Un piano modificato in corsa con l’uscita di Sclosa dopo soli 12’ ed il ricorso a mischie no-contest al 4’ del secondo tempo. Pratica sbrigativamente tacciata di antisportività, ma che non può scandalizzare chi consideri il gap concesso dalla Femi-Cz per infortuni (Orlandi, Mahoney), insufficienza della panchina con il volenteroso Viceré ed un De Marchi ad inizio stagione sostituto di Faliva - purtroppo inamovibile nei propositi di ritiro - e poi costretto alla titolarità. Il tutto con la complicità dell’errore di mercato Fortuna e dell’obbligo di rinuncia ad un prezioso pilone sinistro, in luogo del non richiesto Cribb in terza linea; unico reparto, quest’ultimo, tutto sommato al completo nel roster dei Bersaglieri.
Piuttosto, nel secondo tempo si è assistito con stupore al crollo viadanese, ingiustificato dall’azzeramento del vantaggio in mischia ordinata, stanti invece le superiorità individuali di classe, esperienza e fisico nei trequarti mantovani. Eppure qui è emersa l’altra metà del rugby, quella consacrata al combattimento collettivo più che individuale, dentro al cui brodo si muovono a meraviglia gli elementi rodigini per visione di gioco, organizzazione e movimenti - appunto - collettivi. In sintesi, il concetto di squadra, espresso in questa stagione dalla Femi-Cz, capace di sorprendere in Italia per sequenze di gioco prodotte da palloni di recupero: proverbiale la meta di Bacchetti a Ferraro e soci, nata da un dai-e-vai nella propria metacampo tra Basson e Calanchini su pallone rinviato al piede dagli avversari.
Ma significative sono apparse anche le variazioni in corso d’opera sulle opzioni d’attacco, vere e proprie capacità di adattamento in corsa, con la novità del doppio pivot Legora-Basson (mostruoso il primo, più ragioniere il secondo) dietro ai punti d’incontro, utile per shiftare il fronte di attacco da ruck vinta ed i successivi inserimenti sull’asse di Calanchini, Pizarro, Britz, Bacchetti, Giuria ed Immelman.
La condanna è giunta dagli errori di controllo del pallone, per frenesia e voglia/bisogno di accorciare i tempi - cinque in-avanti e sbavature nella trasmissione in altrettante azioni pericolose negli ultimi 9’ - ed per l’irruenza erroneamente preferita al fosforo: placcaggi al limite, fallosità in ruck, isolamento dal sostegno. Emblematico quanto accade tra 68’ e 72’: Bacchetti schiaccia per il 12-11, ma non converge per agevolare il compito di Bustos. La trasformazione esce infatti di poco e sul rinvio del gioco Rovigo concede a Viadana di allungare immediatamente, con il comodo piazzato di Hore. Due punti vitali, quelli mancati dall’apertura di Mendoza, che sull’ipotetico 15-13 avrebbero consentito a Rovigo di volare a Roma grazie ad un’ulteriore meta trasformata (15-20).
Il futuro sarà più chiaro nei prossimi giorni; di limpido, a poche ore dalla seconda semifinale scudetto, c’è sicuramente quanto costruito dal modello-Rovigo. Un’isola nell’Italia rugbystica, per razionalizzazione massima delle proprie risorse.
Da un punto di vista finanziario, con una maglia old-fashioned non certo per scelta e quattro soli brand ad invadere di bianco lo spazio storicamente riservato ai colori rossoblu; da un punto di vista tecnico, con una rosa uguale per numero a quella dello scorso anno (33 elementi, più il mezzo acquisto Cribb) e costretta a disputare ben nove incontri in più.
Su tali presupposti, l’obiettivo stagionale (sesto posto) acquisito ben lungi dal termine della regular season, la conquista inaspettata della semifinale di Coppa Italia, l’ultimo posto nel girone di Challenge Cup brillantemente evitato e l’accesso ai playoff acciuffato all’ultimo secondo possono sembrare miracoli solo senza aver vissuto la parabola stagionale a fianco della rosa rossoblu e del comparto tecnico.
Un gruppo pragmatico, preparato e solidissimo, compattatosi grazie al collante aggiunto da Gianfranco Beda, elemento andato ben oltre le proprie mansioni legate alla preparazione atletica e divenuto per necessità ed abnegazione un preziosissimo video-analyst. La giostra da rugby progettata da Massimo Brunello è così stata perfezionata e mandata ai massimi regimi performativi da innesti di sicuro valore e di grande speranza; una duplicità di approccio in base alla quale le ottime referenze di Favaro e De Marchi hanno trovato risposta nelle sorprese Anouer, Ambrosio, Buquete, Giuria e Tumiati.
Elementi, quest’ultimi, non a caso saliti alla ribalta sul finale di stagione, quando i compagni con più minutaggio sulle gambe hanno saldato il conto con infortuni ed acciacchi semi- o per nulla recuperabili. Cifre da fantascienza: tre atleti sempre impegnati nelle 20 gare di Super10 disputate (Basson, Pizarro, Reato), altrettanti in campo dall’inizio per 19 match (Bacchetti, Bustos, Immelman), quindi De Marchi (18 partenze da titolare) e Favaro (17). Numeri che espongono lo stremo di forze a cui il roster bersagliere è giunto sul finale di stagione: Legora, Calanchini e Bustos falcidiati da contratture, il mediano di apertura - per questo motivo - ultimamente addirittura impossibilitato ad allenarsi sui piazzati.
Il volàno bersagliere è salito in altezza e velocità grazie al proverbiale valore aggiunto polesano, quel “Rovigo sé Rovigo” portato dai due ex-giocatori dell’ultimo Rovigo vincente. Un fattore chiave - la cui eventuale rinuncia dovrà essere tenuta nel giusto conto per la costruzione della squadra che verrà - materializzatosi nell’abbattimento costante, progressivo e sorprendente di limiti tecnico-tattico-numerici, sulla carta frustranti per le ambizioni rodigine, attraverso effetti esemplari come la clamorose vittorie acciuffate nel finale di gara (Viadana all’andata, Petrarca e Casinò di Venezia al ritorno) e le prestazioni altrettanto impreventivabili valsi straordinari successi (Calvisano all’andata, Overmach al ritorno) ed immeritate sconfitte (Treviso all’andata, Viadana nei playoff) contro formazioni sulla carta nettamente più attrezzate.
Sono tutte imprese che consegnano alla storia un Rovigo capace di sviluppare un rugby ben lontano dagli standard italiani, per studio umile - e successivo adattamento - dell’avversario, per capacità e volontà di riciclo del gioco, per riproposizione e variazione sempiterna dell’attacco e responsabilizzazione massima dei propri elementi. La Femi-Cz si è rivelata così compagine sicuramente più bella e proporzionalmente più efficace in primis di Viadana, non-squadra affossata sullo scontro individuale di peso e centimetri; quindi di Treviso, dotata di una rosa illimitata, con un grande pack ma manovre asfittiche, intimidatorie e basate al largo unicamente sulle prime fasi. Poi di Calvisano, rigorosamente strutturato e perciò penalizzato nel finale di stagione dalla scarsa forma dei propri elementi, incapace di trovare vie offensive alternative al calo del proprio pack. Infine di Parma, gruppo dal gioco organizzato, ma carente di veri e forti punti di riferimento.
Il veloce reinnamoramento della città per i colori rossoblu, che è d’obbligo corrispondere nell’immediato futuro, è potuto avvenire grazie al carattere sfoderato dalla rosa bersagliere, pienamente legittimato dal fattore identitario che il gruppo ha saputo sposare negli intenti e partorire nei fatti attraverso il proprio gioco, sicuramente superiore per bellezza ed efficacia a quello delle squadre di Bayly (1999/00) e Zanato (2003/04), illustri predecessori in tal senso. Non appare un caso che in quelle due formazioni fosse presente - prima dentro e poi fuori dal campo - l’attuale tecnico bersagliere.

Alberto Gambato
25 maggio 2009
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