RUGBY ROVIGO Lutto nel mondo rossoblu per la scomparsa di Dirk Naudè, leggendario 2a linea sudafricana, bersagliere dal 1975 al 1981

Addio gigante buono

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Si spegne a 56 anni nei dintorni di Città del Capo il gigante sudafricano, tra gli stranieri più forti mai giunti in maglia rossoblu. Uno degli atleti simbolo nella lunga storia della Rugby Rovigo.


Rovigo - Il solito cielo grigio, sopra un “Battaglini” spazzato dal vento e gli scudettati ‘78/’79 - un po’ intirizziti ed un po’ emozionati - a raccogliere l’abbraccio dei tifosi polesani, nell’intervallo di Rovigo-Parma, stagione ‘08/’09. Trent’anni dopo.
“Un peccato mancassero personaggi fondamentali come i due compagni sudafricani ‘Dries Coetzer e Dirk Naudè - attacca Angelo Visentin dall’altro capo del filo - Dirk tra l’altro non eravamo nemmeno riusciti a contattarlo telefonicamente…”.
Non c’erano dunque i pochi capelli rimastigli in testa, della stessa lunghezza media di sempre, a farsi sferzare dal gelo nell’ultimo pomeriggio di affetto da parte della sua seconda città. Qualche anno dopo l’ultima visita in occasione del Torneo “Aldo Milani” 2001, quando funse da accompagnatore per la rappresentativa sudafricana di Buffalo’s.
Se n’è andato definitivamente tre giorni fa Dirk Naudè, lasciando moglie e due figli sopra i vent'anni, mentre il connazionale rossoblu Gert Smal riabbracciava compagni ed amici nel capoluogo polesano. Il 23 gennaio avrebbe festeggiato il proprio 57esimo anniversario di nascita.
Dopo Doro Quaglio, in tre anni la Sanson Campione d'Italia '75/'76 perde con Dirk Naudè il reparto di seconda linea titolare.
Rovigo apprende la notizia con due giorni di ritardo, tramite una telefonata dell’ex-flanker Andries Coetzer - connazionale e compagno in rossoblu dal ’76 al ’79 - a Michela Zanoli, ex-presidente del club “Aldo Milani”. Pochi i dettagli finora appresi: una passeggiata, i due metri e cinque centimetri dell’ex-seconda linea che si accasciano per un malore improvviso.
Nato a Bothaville in pieno Free State, anno 1953, Dirk Naudè cresce nella fabbrica di rugbysti che è l’Università di Stellenbosch. Già da studente assaggia in tourneè il rugby europeo, che respirerà poi a partire dal 1975 e sino al 1981 a Rovigo, dove per uno strano scherzo del destino è una sorta di rimpiazzo per Kobus Immelman, seconda linea di Western Province - e futuro padre dell’attuale rossoblu Braam - impossibilitato a lasciare il Sudafrica, per una grave malattia diagnosticata al futuro suocero.
Sistemato in un appartamento di Via Frassinella, a pochi passi dal “Battaglini” e dal centro storico, frequenta soprattutto l’attigua panetteria gestita dalla 'Reba' e 'Penolazzi', grazie alla sopraggiunta travolgente passione per il salame ungherese. Alla faccia dei nutrizionisti sportivi.
Le sue misure fisiche, con un peso oscillante tra i 110 e 115 chili distribuiti nei già menzionati 205 centimetri di altezza, “anche grazie al suo carattere grintoso, mai domo e battagliero - continua Angelo Visentin - lo farebbero sentire perfettamente a suo agio nel rugby di grande scontro fisico oggi vigente”.
Invece Naudè vive nell’epoca del rugby dei padri, quando la rimessa laterale è una lotta senza quartiere, senza corridoio e senza ascensore in cui peso, gomitate al torace e soprattutto i suoi centimetri fanno la differenza.
Ma anche quando i campi l’erba è facile non la vedano crescere e l’intervallo sono cinque minuti di briefing sul terreno di gioco. Quando il pallone è quasi sempre seppellito nei punti d’incontro e le mischie ordinate nell’arco di una partita sono almeno il triplo di quelle odierne. Quando, soprattutto, il gioco multifase è fantascienza e l’Asimov di turno si chiama Carwyn James.
Quando - in una città davvero imbevuta di pozione ovale - il rugby vissuto da stranieri concede vezzi da rockstar in ambito di bevute e fumate; di gesti eccessivi e circensi, della seicento ‘ristretta’ a cui vengono tolti i sedili anteriori, per renderla abitabile da piloni e seconde linee sudafricane.
Ai campi duri o spelacchiati, tipici della latitudine sudafricana, Naudè è abituato; le ipertrofiche leve superiori, ed uno spirito temprato alla battaglia fisica senza soluzione di continuità, lo rendono un caterpillar umano irriducibile molto affine alla mentalità rodigina, per lanciare touche veloci da giavellottista, per portare alla luce palloni dal cumulo di tacchetti e pugni che è arduo chiamare ruck “in gara ma anche in allenamento - prosegue Angelo Visentin - dove le sue grinta e determinazione ci accorgevamo non calavano di un centimetro rispetto a quelle delle partite”.
Il peso e le leve inferiori sono invece fondamentali per la devastante mischia bersagliere, che da comprimaria nello scudetto-Saby 1975/76 diventa il tank della crociera/campionato 1978/79 di James “sia nelle spontanee che nelle ordinate - continua Visentin - con Favaretto e Dirk a fare da pivot sulle maul avanzanti e da propulsori negli ingaggi”.
Ne sa qualcosa il povero tallonatore trevigiano e nazionale Roby Robazza, disturbato nel sincronismo con il proprio mediano dalla manona di Naudè, miracolosamente slacciata dal legame in seconda linea.
“Duro, determinato, infaticabile, grintoso al limite. Una presenza, tanto che nelle giornate in cui non era in vena potevamo anche faticare molto per portare a casa la partita”.
Una presenza; quella che per i primi 20’ Naudè aveva garantito ai colori rossoblu anche il 13 settembre 1992, a 39 anni suonati, nel giorno dell’addio al rugby giocato di Tito Lupini contro il Northern Transvaal capitanato da Naas Botha.
Dirk raggiunge il fratello Tiny, spento dall’Alzheimer il 28 dicembre di quattro anni fa. Medesimo ruolo in campo, sette centimetri in meno ma - a differenza dell’ex-rossoblu - baciato dalla fortuna di vestire la maglia Springboks. La bellezza di 14 tests tra il ’63 ed il ’68 e ben 47 punti in maglia verdeoro. I più importanti sono quelli del penalty che a tempo scaduto, 4 Settembre 1965, regalano il 19-16 sugli All Blacks, nel freddo e nel fango del loro giardino di casa: Lancaster Park, Christchurch, Nuova Zelanda.
Ebbene si, i tuttineri sono un avversario ed un’ossessione anche nei giorni del rugby dei padri; lo testimonia la furia che Dirk Naudè mette in campo contro di loro nell’unica occasione presentatasi, il 22 ottobre 1977 a Padova. L’opportunità è il 50enario della FIR, la maglia è quella del XV del Presidente; una specie di nazionale italiana, ‘addizionata’ di Naudè e della coppia mediana petrarchina Pardies/Babrow. Venire in Italia per potersi battere con gli All Blacks; chi l’avrebbe mai detto?

Alberto Gambato
18 gennaio 2010
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