GRANDE ALLUVIONE ROVIGO Dopo 60 anni nel tragico anniversario che causò la morte di 84 polesani e 180mila senzatetto la testimonianza del giornalista Giuseppe Rossato, al tempo responsabile della sala stampa internazionale con Gian Antonio Cibotto

Io c'ero, un mese d'inferno

Un'imbarcazione di sfollati
Gli sfollati vengono portati in salvo dai volontari
Le forze dell'ordine prestano soccorso ai cittadini
Il centro di Canaro sott'acqua
Enrico Berlinguer, allora segretario della Federazione giovanile comunista italiana, tra gli alluvionati
Il centro di Adria sott'acqua
Le suore prestano aiuto alla popolazione
Gli aiuti internazionali
Baccaglini VW locator

L'alluvione del Polesine del novembre 1951 fu un evento catastrofico. Giuseppe Rossato (foto a lato), allora ventenne, ha vissuto quelle drammatiche settimane in prima persona: come corrispondente della Gazzetta padana organizzò la sala stampa internazionale in Provincia di Rovigo con Gian Antonio Cibotto. Si spostava in barca insieme ai reporter francesi per seguire gli eventi sul campo. Si recò a Frassinelle poche ore dopo la tragedia del "camion della morte". Ecco la sua testimonianza alla vigilia del 60° anniversario della grande alluvione



Rovigo - "Eravamo tutti impreparati, le istituzioni inizialmente hanno tranquillizzato i cittadini, i tecnici hanno preso la catastrofe con leggerezza e le operazioni per far fronte all'emergenza non erano coordinate". Il dramma dell'alluvione in Polesine, avvenuta il 14 novembre 1951, è un ricordo vivo nelle parole di Giuseppe Rossato, ricercatore storico di Rovigo. La catastrofe causò 84 vittime e più di 180 mila senzatetto.

Rossato ha 80 anni. Al tempo ne aveva 20 anni, di professione era funzionario della Banca d'Italia ma era anche corrispondente per la Gazzetta padana. Ha vissuto la grande alluvione da una parte come cittadino colpito dal disastro, nella casa in cui abitava nel quartiere Tassina l'acqua ha superato i due metri d'altezza, dall'altra come giornalista che, insieme a Gian Antonio Cibotto, ha organizzato la sala stampa in provincia di Rovigo per i reporter di tutto il mondo che vennero a Rovigo in quei giorni, compreso quello del Times dalla Gran Bretagna. Un lavoro che gli è valso una medaglia per il servizio stampa svolto.

L'attività giornalistica gli ha permesso di raccogliere le testimonianze e le immagini di quella che fu la prima tragedia collettiva del dopoguerra.
La passione di Rossato per la ricerca storica si è rafforzata nel corso del tempo, tanto che oggi, nella provincia di Rovigo che celebra il 60° anniversario dell'alluvione, è considerato uno dei ricercatori più autorevoli, forte anche dell'archivio di documenti che custodisce gelosamente nel proprio computer e nei faldoni del proprio studio dove lo abbiamo incontrato.

Cosa accadde il 14 novembre del 1951? "Il Po ruppe in serata in tre punti: Paviole alle 19.45, a Rotta poco dopo le 20 e al Malcantone intorno alle 21. Fui avvertito da un fattorino del genio civile. La popolazione non si preoccupò perché la Prefettura, la mattina successiva, comunicò che non c'era nulla di cui preoccuparsi e che era tutto sotto controllo. Quando si cominciò ad avere coscienza della portata dell'evento, alcuni volontari partirono per aiutare le popolazioni rivierasche. Erano dotati di buona volontà ma totalmente disorganizzati".

Secondo Rossato, la catastrofe era inevitabile ma la cattiva gestione prima e dopo l'emergenza ne ha aggravato le conseguenze. Non c'è stata preallerta della popolazione, "i tecnici del Genio civile avevano preso la cosa con leggerezza e solo all'ultimo il Prefetto inviò un telegramma ai Comuni per spiegare come organizzarsi. Ma ormai era troppo tardi". Anche il rimpallo di responsabilità tra le istituzioni, ovvero Genio civile, Prefettura, Provincia e Consorzio di bonifica, ha contribuito ad aggravare il dramma: "Si litigò per far saltare la fossa di Polesella, per il recupero dei cadaveri, per il modo in cui far defluire le acque tanto che il territorio fu ripulito solo a fine dicembre".

Nel frattempo il dramma si consumava tra i cittadini: "Molti polesani hanno perso tutto - prosegue Rossato -. Alcuni erano rimasti solo con gli abiti che indossavano. Fortunatamente, per la prima volta le radio in collegamento tra loro diedero il via alla prima catena della solidarietà. Non era mai successo: questa mobilitazione fece arrivare gli aiuti da tutto il mondo: vestiti, alimenti, mezzi, volontari".

A chiedere a Rossato l'episodio più drammatico che ricorda, la voce gli trema ancora: "Indubbiamente il camion della morte di Frassinelle - risponde - Mi recai sul posto in barca con i volontari francesi e vidi un maresciallo dei carabinieri che aveva già iniziato a recuperare i corpi delle vittime. Superata l'emergenza alluvione il maresciallo si congedò per i contrasti che il suo operato aveva incontrato. Morirono 47 persone, se ne salvarono solo due. Il camion era stato messo a disposizione da un volontario, il vetraio Baccaglini, che scelse di fare la strada rettilinea che da Occhiobello porta a Frassinelle per portare in salvo le persone. Pensava di avere la piena alle spalle, invece arrivò a sorpresa di lato e fu la fine".

Elisa Barion

11 novembre 2011
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