CONCERTO ASSOCIAZIONE VENEZZE ROVIGO Giampaolo Stuani si è esibito domenica 6 aprile all’Accademia del Concordi nell’ottavo appuntamento della stagione, proponendo due sonate giovanili e l'Hammerklavier

Le sei ottave della tastiera a martelli si sentono eccome

Il pianista mantovano Giampaolo Stuani domenica 6 aprile, all’Accademia dei Concordi, ha proseguito il ciclo delle sonate di Beethoven. La recensione di Nicoletta Confalone


 

Rovigo - Dopo il Rondò galante e giocoso della piccola Sonata op. 49 n. 1, arriva da un altro pianeta la fanfara perentoria con cui l’Hammerklavier si presenta; un pianeta non solo audace – come sempre lo è stato Beethoven – ma anche determinato a spingersi oltre l’umana comprensione, in spregio alle buone abitudini dell’udito, per affermare una drammatica rivincita del proprio udito martoriato, e confinato nel regno dell’immaginazione e della cerebralità. Un salto nel vuoto, peraltro riuscito benissimo a Giampaolo Stuani, il valente pianista che domenica scorsa all’Accademia dei Concordi ha proposto ad un pubblico altrettanto valoroso (la deliziosa domenica di primavera ispirava ad attività en plein air di tutt’altro genere) due giovanili Sonate di Beethoven, l’op. 10 n. 1 e la già citata op. 49 n.1, a cui appunto è seguita, senza soluzione di continuità, la ventinovesima delle trentadue Sonate: quell’op. 106, definita da Beethoven stesso Hammerklavier, “per la tastiera a martelli”: infatti, proprio durante la sua composizione, negli anni 1817/1819, egli aveva ricevuto dalla prestigiosa casa inglese di pianoforti Broadwood & Sons un innovativo pianoforte a sei ottave, che sicuramente contribuì alla sua ispirazione potentemente anticonvenzionale.

Stuani ha dimostrato il suo valore di musicista proprio in quello stacco fra un Rondò settecentesco e la musica del futuro: il suo suono nei primi accordi dell’op. 106 possedeva una carica di energia sconosciuta a tutto ciò che lo aveva preceduto.

Non è semplicemente una questione di tocco, più leggero o più corposo, quanto della  cosciente intenzione di quel tocco, capace di imprimergli una convinzione diversa, e dunque un diverso destino. Stuani di quest’arte è maestro, e il suo pianismo – sempre composto e controllato, anche nelle difficoltà più perigliose – è in grado di mettere a fuoco le differenze, rendendole perfettamente udibili senza aver bisogno di evidenziarle.

Questo procedimento era già chiaro nella prima Sonata in programma, l’op. 10 n.1: mozartiana, in quanto ispirata alla K 457 del genio salisburghese, ma non troppo, e Stuani si è dimostrato attento a mostrare gli scarti, che qualificano quest’opera indubitabilmente come beethoveniana, al di là dell’omaggio.

La stessa lucidità il pianista mantovano l’ha dimostrata al cospetto dell’Hammerklavier, oggetto fra l’altro di una sua incisione per Classic Art nel 2006, e soprattutto della Fuga a tre voci con alcune licenze, conclusiva del quarto movimento e dell’intera Sonata: rigorosissima, pur nell’impossibilità di essere contenuta in una definizione.

Dopo tali vette, si è rivelata molto intelligente e liberatoria la scelta dei bis, evocatori di tutt’altre atmosfere: Granada e Asturias, dalla Suite española op. 47 di Isaac Albeniz. Una sensuale serenata notturna e l’ostinazione del flamenco, divenute quintessenza della musica spagnola, pur se create da un musicista insofferente a qualsiasi disciplina e costantemente lontano dalla patria, ramingo per l’Europa e le Americhe. L’ennesima contraddizione, risolta da Stuani con la semplicità di chi sa affidarsi alla bellezza della musica.  

Nicoletta Confalone

10 aprile 2014
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