CULTURA ROVIGO Giulio Boato, Lorenzo Danesin, Juliette Fabre, Andrea Pergolesi della compagnia Doyoudada, andati in scena al teatro studio con lo spettacolo Sévigné, hanno raccontato la loro storia

Sul palco per giocare con l’arte

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Tanta perseveranza, voglia di fare, una bella testa dura e un po’ di fortuna, questi gli ingredienti per fare il “mestiere più bello del mondo” per la compagnia Doyoudada, andata in scena domenica 3 maggio al teatro Studio per la rassegna Be@home



Rovigo - Andata in scena con lo spettacolo Sévigné, domenica 3 maggio al teatro studio, la compagnia Doyoudada è giovane collettivo italo-francese nato nel 2013 e nel quale confluiscono diverse personalità e professionalità, collegate per un breve momento da un progetto comune. Capofila del progetto Giulio Boato (drammaturgo, regista e film-maker), Lorenzo Danesin (compositore, musicista e fonico) e Juliette Fabre (attrice e violoncellista) che insieme ad Andrea Pergolesi sono stati gli interpreti di Sévigné, progetto in residenza artistica per la rassegna Be@home.

Prima dello spettacolo sono stati intercettati i ragazzi tra una prova e l’altra a ritmo serrato per conoscerli meglio e scambiare con loro quattro chiacchiere, incontrando la loro assoluta disponibilità. 

Doyoudada è un giovane collettivo artistico che racchiude al suo interno più anime e personalità. Qual è la vostra idea artistica e verso cosa è rivolta la vostra ricerca?
“Se dovessimo scegliere una parola, diremmo “sinestesia”: l’accostamento di due piani sensoriali distinti. Esploriamo il confine tra i linguaggi e le discipline, la differenza tra il significante e il significato. La nostra ricerca non è solo d’ordine estetico: Doyoudada nasce a cavallo tra Italia e Francia. La logica (artistica, ma anche logistica ed economica) su cui si fonda il collettivo rifiuta le frontiere nazionali. Doyoudada si vuole apolide per costituzione, svincolata da un territorio geografico definito, “allo stato liquido” come l’era postmoderna”.

Come nasce il vostro nome?
“Il movimento Dada nasce nel 1917, nell’Europa in piena guerra. Un gruppo di intellettuali decide di rinunciare alla logica razionale per rispondere all’assurdità del presente. Un secolo dopo, l’Europa ha davvero cambiato volto? Abbiamo voluto fare l’occhiolino ai nostri predecessori dadaisti: non intendiamo imitarne l’estetica, ma rispolverarne lo spirito. Nel nostro nome, Dada diventa un verbo, un modo di vivere e agire: con l’ausiliare inglese chiediamo al pubblico se vuole stare al gioco con noi”.

Una dama della corte francese del 1600 è il personaggio dal quale avete tratto ispirazione per lo spettacolo Sévigné. Perché questa scelta?
“Juliette ed io siamo molto affezionati alla scrittura epistolare. Al gesto dello scrivere, alla carta come materiale, al tempo che impiega la posta ad arrivare a destinazione... Usare un epistolario come materiale drammaturgico è una sfida: rendere pubbliche parole destinate ad una persona cara. Nel caso dello spettacolo, una persona vissuta 400 anni fa! Per lo spettatore contemporaneo, la scrittura di Madame de Sévigné ha il pregio di essere al contempo distante (temporalmente) e vicina (emotivamente). Le videoproiezioni in diretta, il rimando all’estetica televisiva, la cartellonistica pubblicitaria, la chitarra elettrica… sono tutti strumenti che “stridono” con un personaggio del 1600, stimolando negli spettatori un’attenzione inedita”. 

Quali interconnessioni esistono tra il teatro e la musica, elemento sempre in scena nei vostri lavori?
“Il teatro è movimento nello spazio e nel tempo. La musica è l’architettura del tempo. I nostri lavori studiano il rapporto tra la musica e la scena, tra l’immagine e il suono. Cerchiamo di fornire agli spettatori una gamma di stimoli diversi, e lasciamo che siano loro a creare i legami, a farsi le loro storie. L’opera si ricrea ogni sera nella mente degli spettatori, grazie alle interazioni tra parola, spazio e suono”.  

Quali sono le difficoltà in Italia nell'essere un giovane gruppo teatrale e quali sono le motivazioni che vi spingono ad affrontarle?
“L’Italia è il paese in cui tutto è possibile, e quasi nulla è fattibile. Se si cerca, si intravedono tante possibilità, ma è sempre così difficile realizzarle. Ci vuole tanta perseveranza, tanta voglia di fare, una bella testa dura e un po’ di… fortuna! Perché lo facciamo? Perché quando ci riusciamo, sappiamo che facciamo il mestiere più bello del mondo!”.

Come vi siete trovati in questi giorni di residenza artistica al Teatro Studio e in città?
“Molto bene! Quando si fa teatro la prima necessità è lo spazio. Oramai possiamo registrare un album in una stanza o fare un film con un computer, ma non potremo mai fare teatro senza uno spazio in cui provare. Il Teatro Studio è un ottimo spazio, ampio e attrezzato. Il team del Teatro del Lemming ci ha fatto subito sentire “a casa nostra”, garantendoci appoggio tecnico e logistico. Per una giovane compagnia come noi, lavorare in queste condizioni è davvero un lusso! E ora che abbiamo lo spazio, quello che ci manca è il tempo … una settimana passa così in fretta! Speriamo ci siano altre occasioni”.
6 maggio 2015
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